Revue Noire è stata un rivista straordinaria che ha avuto un ruolo determinante nel cambiare l’immagine dell’arte e della creatività africane, liberandole dalla patina coriacea di primitivismo in cui una narrazione pregiudiziale le aveva avvolte sin dai tempi di Magiciens de la Terre (1989) e in realtà anche prima.

Fondata a Parigi nel 1991, da un gruppo di intellettuali eclettici e cosmpopoliti –  Simon Njami, Jean-Loup Pivin, Pascal Marin Saint Leon, Bruno Tilliette e, in un momento successivo, N’Goné Fall – ha mostrato, con molti “fatti artistici” e pochissima retorica, il fermento che attraversava le città africane e le diaspore; ci ha fatto conoscere e apprezzare figure del calibro di Ousmane Sow,  Joël Andrianomearisoa, Pascal Marthine Tayou (solo per citarne alcuni); ha segnato nuovi confini spostando un bel po’ indietro i paletti del provincialismo.

Purtroppo, nel 2001 Revue Noire ha cessato le pubblicazioni cartacee, pur continuando a esistere come casa editrice e rivista on line. La decisione è stata sofferta ma imposta da necessità economiche. In occasione di quello che avrebbe dovuto essere il suo trentesimo anno di vita, i fondatori hanno deciso di pubblicare un libro che, sotto la forma di un collage che raggruppa immagini, copertine, testimonianze, ne ripercorre la storia.

Si intitola, semplicemente, Revue Noire. Histoire, histoires ed esce in Francia proprio in questi giorni. Noi abbiamo colto l’occasione per intervistare una delle anime della rivista, l’architetto Jean-Loup Pivin. L’intervista integrale sarà pubblicata sul numero di ottobre di Nigrizia. Qui ne proponiamo un breve stralcio.

Come è nata questa rivista e qual è stata dall’inizio la sua mission?

«Revue Noire nasce dalla rabbia e dal fastidio legati al fatto di imbattersi sempre in rappresentazioni esotiche dell’Africa: quella del bon sauvage della foresta o quella del cattivo selvaggio urbano. Mai però incontravamo l’Africa reale e contemporanea che nonostante le sue espressioni formidabili restava sempre sconosciuta.

A questo si aggiunga la delusione per non avere potuto organizzare nel 1989, in occasione del centenario della rivoluzione francese, una grande mostra dedicata a tutte le espressioni africane urbane. Il titolo doveva essere Dans la ville noire, nella città nera. Questo nucleo inespresso sarebbe stato sviluppato poi dalla Revue Noire».

Qual era la vostra idea di arte africana e da quali schemi intendevate discostarvi?

«Nessuno sapeva con esattezza cosa stesse accadendo a livello artistico nelle grandi città del continente negli anni ‘90. Nemmeno gli africani e nemmeno noi. Durante le nostre numerose trasferte e missioni, abbiamo colto però molti segnali, in tutti gli ambiti, che avvaloravano la nostra idea di dover lottare contro l’immagine folcloristica opponendole proposte forti e contemporanee.

Senza impantanarci nei discorsi e nella teoria, ci siamo detti: facciamo, mostriamo e ne sapremo tutti di più. Non ci siamo dati nessuna preclusione, con l’eccezione dell’arte d’aeroporto, i lavori prodotti espressamente per i turisti.

Ci siamo però dati un metodo: in ogni paese abbiamo creato una sorta di comitato editoriale, formato da persone sensibili al tema e territorialmente competenti, che faceva una prima cernita di artisti da farci incontrare. Poi ci confrontavamo sulle nostre “scoperte”. Non volevamo difendere un’estetica particolare, ma mostrare la pluralità di linguaggi e di discorsi».