A 5 anni dal naufragio di Lampedusa
Nella Giornata nazionale per le vittime dell’immigrazione, è annegato nella memoria il dramma di 5 anni fa vicino alle coste dell’isola dei Conigli. Tranne che a Lampedusa. Dove il 3 ottobre resta una data fissa nel calendario dell’isola. E i morti nel Mediterraneo, dimenticati dal governo, continuano ad aumentare.

Cinque anni. Erano le 4 di giovedì 3 ottobre 2013. Erano a poche centinaia di metri da una delle spiagge più belle del Mediterraneo, l’isola dei Conigli. Qualcuno, a bordo di quella carretta a incipiente disastro e partita da Misurata, ha acceso una torcia per fare un po’ di luce. La fiaccola è finita nella plancia della barca, colma con oltre 500 persone. Prevalentemente eritrei e un po’ di somali. La paura fa spostare da un lato la gente. La barca si capovolge. E s’inabissa. È una tragedia: 368 i corpi recuperati; 155 i sopravvissuti i cui racconti sono raccapriccianti. Le loro testimonianze da brividi.

Per mesi la copertura mediatica trasforma quella pietra d’Africa, prima ignorata, in un luogo del pianto e poi in una sorta di avamposto della difesa nazionale ed europea. A 5 anni da quel naufragio, la pietas di quei giorni è annegata col ricordo. Il tempo dell’emozione, oggi, dura lo spazio di una flash news. Tranne che a Lampedusa. Il 3 ottobre (Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione) resta un punto fisso nella memoria degli isolani. Fa parte del loro calendario, come il 22 settembre la festa della Madonna di Porto Salvo.

Alla commemorazione pubblica, per la prima volta dal 2013, non sono attese autorità ufficiali. Solo quelle comunali. Poco importa. Perché la commemorazione più sentita e partecipata si svolgerà a pochi chilometri dal centro, nel santuario della Madonna di Porto Salvo. Appuntamento organizzato dalla parrocchia di San Gerlando dell’attivo don Carmelo La Magra, da Mediterranean Hope – progetto delle Chiese evangeliche in Italia – e dalla stessa Federazione delle Chiese evangeliche. Il tema è “Ero naufrago e mi soccorreste. Icone di umanità”, per ricordare i morti di quel naufragio, le migliaia di migranti che attraversano il Mediterraneo e le vittime di tutte le frontiere. L’adattamento darwiniano alla traversata del deserto, alla permanenza nei lager libici e, infine, all’attraversamento del mare non basta a dare a queste persone la dignità del diritto di restare nel “bel suolo italico”, tanto caro, ora, al ministro Salvini.

Ed è finita nell’oblio pure la responsabilità delle migliaia di morti nel Mare Nostrum. Perché nonostante le politiche repressive e gli accordi con la Libia, da gennaio 2014 al 20 settembre scorso sono stati oltre 17mila i migranti (dati Fondazione Ismu – Iniziative e studi sulla multietnicità) che hanno perso la vita o che risultano dispersi nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Nonostante nel corso dell’ultimo biennio ci sia stato un considerevole calo degli sbarchi sulle coste europee rispetto agli anni passati, il tasso di mortalità è aumentato.

Infatti, come ci ricorda l’Ismu, le traversate sono sempre più pericolose e le operazioni di ricerca e soccorso in mare ad opera delle navi delle ong hanno subito diverse restrizioni di tipo legale e logistico.

Secondo le stime dell’Acnur, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, più di 1.600 migranti hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nei primi 9 mesi del 2018, 21 persone ogni mille sbarcati.

In particolare, nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia diretti in Italia è salito a un morto ogni 14 persone, rispetto a un decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017.

E, a meno che non si tagli Lampedusa dalla carta geografica, molte delle imbarcazioni continueranno a fare rotta lì.

Perché nonostante i fari mediatici si siano spostati altrove, le carrette del mare (ora pare anche motoscafi veloci) continuano ad arrivare al molo Favaloro. In prevalenza tunisini. Ma non solo. Come ha denunciato il sindaco Totò Martello.

La locandina della commemorazione del naufragio del 3 ottobre voluta da Mediterranean Hope, dalla parrocchia di San Gerlando e dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia.