Tribunale condanna Monrovia a pagare
Altamente tossici, comprano per “pochi spiccioli” crediti di milioni di dollari. Al momento giusto, trascinano i paesi in tribunale e chiedono la solvenza dei debiti, in alcuni casi congelando i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Si tratta dei fondi avvoltoio, sempre più integrati nei mercati finanziari mondiali.

Il 26 novembre scorso l’Alta Corte di giustizia di Londra ha condannato il governo della Liberia a pagare il corrispettivo di oltre 13 milioni di euro alla Hamsah Investments e la Wall Capital Ltd, titolari di due fondi di investimento, definiti: “fondi avvoltoio”. Le due società finanziarie con sede nei paradisi fiscali dei Carabi, hanno portato la Liberia in tribunale, per esigere il pagamento di un vecchio debito di circa 10 milioni di euro, contratto nel 1978 dal governo di Monrovia con la Chemical Bank statunitense, per finanziare il potenziamento di una raffineria. Denaro, mai restituito.

Il meccanismo è semplice: i fondi avvoltoio acquistano, a prezzi stracciati, i diritti di riscossione dei debiti dei paesi in via di sviluppo da creditori pubblici o, come nel caso della Liberia, da privati. Aspettano il momento a loro più favorevole, poi vanno a riscuotere, chiedendo al paese debitore il rimborso del credito iniziale, aumentato dagli interessi di mora e dalle penali. A questo punto, per ottenere i soldi, portano quindi i creditori in tribunale. Un sistema, questo, del tutto legale.

Il meccanismo finanziario ha pesanti ripercussioni non solo sui cittadini di tutto il mondo, ma anche sull’annosa questione della cancellazione del debito ai paesi più poveri. Insomma: si è creato un circolo vizioso per cui, alla fine, in molti casi, il denaro che entra nelle casse di uno Stato debitore, come gli aiuti internazionali, va a ripagare i “fondi avvoltoio”.
Il governo liberiano ha già fatto sapere di avere il denaro richiesto dalle società, ma consegnarli significherebbe rinunciare allo sviluppo del nuovo piano per l’istruzione programmato da Monrovia.

Il sistema funziona da almeno 10 anni e in Africa ha già colpito una decina di paesi.
Il 31 maggio 2007, la Corte d’appello di Bruxelles, ha fatto sequestrare 10,3 milioni di dollari diretti in Congo Brazzaville, per dirottarli al fondo statunitense di proprietà della Kensington International, con sede alle isole Cayman. La società aveva acquistato dal Belgio, un credito nei confronti del paese di tre milioni di dollari, alla costo di 1,8 milioni.

La vicenda ha suscitato le reazioni, indignate, di molti governi occidentali, tanto da dare il via ad una serie di progetti legislativi, con lo scopo di mettere al sicuro il denaro destinato alla cooperazione allo sviluppo. A fermare le condanne ci ha pensato però la crisi economica globale. “Grazie”, infatti, a questi fondi speculativi, che utilizzano di fatto il sistema delle agenzie di recupero crediti, la caduta dei mercati finanziari è stata in parte rallentata, attraverso operazioni di compravendita dei crediti “tossici”, detenuti dagli istituti bancari internazionali.

Così, la nuova “funzione” assunta dai fondi avvoltoio, da un lato, introduce un ulteriore elemento di instabilità nei mercati, dall’altro assicura una maggiore tolleranza della politica, preoccupata per la tenuta, nel breve periodo, dei mercati internazionali. A tutto questo si aggiunge, poi, la progressiva privatizzazione del debito dei paesi in via di sviluppo.

(L’intervista al prof.

Alessandro Volpi, docente della Facoltà di Scienze Politiche, economiche e sociali dell’Università di Pisa, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan) 

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