Ghana, omicidio Hussein-Suale
L’uccisione a sangue freddo del giornalista investigativo Ahmed Hussein-Suale ha scosso il paese. Il sospetto è che si tratti di un omicidio su commissione. L’opinione pubblica punta il dito contro il suo principale detrattore pubblico, il deputato Kennedy Ohene Agyapong.

Il commento più netto e lucido arriva dalla rete ed è in coda ai tanti lasciati sul post del presidente ghanese, Nana Akufo-Addo, in cui – a poche ore dall’accaduto – esprimeva il cordoglio alla famiglia di Ahmed Hussein-Suale, giornalista ucciso freddamente in un quartiere della capitale con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo.

La donna che commenta si chiede se quanto accaduto non sia una prova del fallimento dell’attuale governo. “Minacciare di ferire qualcuno o incitare altri a danneggiare qualcuno è un crimine. Kennedy Agyapong avrebbe dovuto essere prelevato e interrogato lo stesso giorno in cui, dalla sua stazione televisiva, ha reso pubblica l’immagine del giornalista e ha chiesto apertamente che qualcuno lo aggredisse”.

I fatti

In questo commento sono sintetizzati gli aspetti salienti di questa vicenda. Un presidente che fa le condoglianze online il giorno dopo l’omicidio, un giornalista investigativo lasciato in balia di criminali che – molto probabilmente – sono puri esecutori materiali, un deputato, Kennedy Ohene Agyapong, che tempo prima dagli schermi della stazione televisiva di proprietà sua e della moglie (Net2TV), ha indirizzato chiare minacce al giornalista, mostrandone una foto e invitando gli ascoltatori a dargli una lezione, anche in cambio di un compenso. 

Il deputato in questione è un membro del New patriotic party (Npp) il partito del presidente, il partito di maggioranza in parlamento, il partito del governo.

Poi c’era lui, Ahmed Hussein-Suale, reporter e braccio destro di Anas Aremeyaw Anas, tra i più noti giornalisti investigativi del continente sub-sahariano che con il team del Tiger Eye Private Investigation ha svolto inchieste che hanno scosso e disturbato le più alte istituzioni o personaggi pubblici.

Un team contro la corruzione

Name, shame, jail (individualo, svergognalo, arrestalo). Questo il motto di Anas e del suo team, il cui lavoro è incentrato nello smascherare la corruzione, non solo in Ghana. Lo fanno sotto copertura, perché sono imprese difficili quelle a cui vanno incontro. E richiedono mesi di appostamenti, spostamenti, intercettazioni.

Come l’inchiesta che provocò un terremoto nel mondo giudiziario del paese, e che portò all’arresto e sospensione di 22 giudici dell’Alta Corte accusati di corruzione. Anas e il suo team li avevano incontrati per mesi e filmati mentre prendevano mazzette. O come quella, più recente – chiamata Number 12 – riguardante la corruzione nel mondo del calcio. Pagarono in molti per quelle inequivocabili prove portate proprio da Hussein-Suale che lavorò per mesi a raccoglierle. Il mondo del calcio e delle tifoserie ne rimase sconvolto, e naturalmente tutto l’apparato riguardante sponsor e promoter. Ne seguirono sanzioni, sospensioni, licenziamenti. Per il presidente della GFA (Ghana Football Association), Kwesi Nyantakyi arrivò la sospensione dalla FIFA e il divieto a vita di qualsiasi incarico nel mondo del calcio.

Anche in quel caso le reazioni sono state duplici: chi ha esortato il team di giornalisti investigativi a combattere e cancellare la corruzione, chi ne è rimasto infastidito e spera di “toglierseli dai piedi”. Come – e torniamo a lui – Kennedy Ohene Agyapong che, sempre in video, aveva detto che avrebbe visto volentieri Anas appeso a un cappio.

Un pubblico detrattore

Non si sa – ovviamente – se sia lui il mandante dell’omicidio. La polizia sta indagando, anche se non tutti ne sono sicuri (l’impunità, in questo caso, come si è già visto in altri, è una possibilità non remota). Di sicuro quelle sue apparizioni tv – senza che nessuno dicesse o facesse niente per contrastarlo – hanno un sapore molto, molto amaro. Sanno di pericolo. Il pericolo dell’arroganza del potere, delle sue conseguenze.

Il giornalista è stato sepolto, aveva 31 anni. I suoi funerali si sono svolti con rito islamico, il 18 gennaio, due giorni dopo l’accaduto. C’erano i familiari e i colleghi. E c’era lui, Anas. Che ha pianto. In silenzio e da solo. “We shall not be silenced” (Non saremo messi a tacere), è questo però il suo messaggio all’amico e collega. Il messaggio ai mandanti (o al mandante) dell’omicidio. Il messaggio a chi pensa che basti un’odiosa azione di violenza per fermare chi da tempo ha deciso di dedicare la propria vita a stanare il crimine e la corruzione, che – quando compiuto dalle istituzioni – diventa crimine contro i propri cittadini e contro lo Stato. E deciso di farlo con un’arma che rischia di fare più male di quelle che uccidono, quella del giornalismo.

Ora bisognerà fare attenzione a quello che accadrà. «Come potevo volere il male di una persone che per me era irrilevante?» ha detto Agyapong. (Bisognerebbe ricordare che il deputato dell’NPP è stato protagonista di molti altri casi di aggressioni verbali, come quando accusò la presidente della commissione elettorale del Ghana, Charlotte Osei, di ricoprire quel ruolo grazie a prestazioni sessuali).

Membri della famiglia del giornalista ucciso hanno dato un ultimatum al governo: una settimana per risultati concreti nelle investigazioni “oppure saremo costretti a reagire. Non abbiamo paura, siamo Dagombas e siamo dei guerrieri”. E c’è grande preoccupazione nella GJA (Ghana Journalist Association), che ha chiesto un programma di protezione 24 ore su 24 per Anas. In Ghana – ricorda la Committee to Protect Journalists – era dal 1992 che non veniva ucciso un giornalista e il paese risulta al 23° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa redatta da Reporter senza frontiere.

Nella foto il giornalista investigativo Ahmed Hussein-Suale. Come tutti i suoi colleghi del team Tiger Eye Private Investigation appariva in pubblico con il volto coperto per mantenere nascosta la sua identità.