Carcere di Makala a Kinshasa (Rd Congo)

Cari amici di Nigrizia,
Qui a Kinshasa mi tengo in collegamento con i carcerati attraverso il cellulare e whatsapp. Sento soprattutto i membri delle varie Commissioni: liturgia, informatica, corso di diritto, giustizia e pace, finanze. Chiedo loro come stanno e come stanno tutti gli altri; passo loro dei programmi religiosi; soffrono molto il fatto di non poter aver la messa, ma hanno la cappella aperta dove possono andare 4-5 persone alla volta per pregare. Ho molto timore per loro e, fin dai primissimi giorni delle restrizioni, in comunità preghiamo che il Signore li protegga. Se ci fosse una contaminazione nel carcere di Makala, sarebbe una ecatombe.

Il governo ha emanato il decreto che obbliga a usare la mascherina e invita a lavarsi le mani spesso, distribuendo secchi per l’acqua e sapone disinfettante. Le due “primières dames” (mogli del presidente Tshisekedi e di Kamerhe, il suo capo di gabinetto, arrestato l’8 aprile per una faccenda di appalti pubblici) si fanno riprendere dalle tv mentre offrono questi doni (ma è una bugia, secchi e sapone sono stati comperati con i milioni che il governo ha ricevuto per gli aiuti). Intanto in molti quartieri manca l’acqua per settimane intere. E non si è visto un solo ospedale equipaggiato con macchine per la respirazione e materiale di protezione per medici…

Sono vietati gli spostamenti: si muovono solo i trasporti per generi alimentari e altri beni di prima necessità. Quel che preoccupa è che è stato dichiarato il coprifuoco a partire dalle ore 20. Vorranno fare come in Kenya o in Nigeria dove la polizia spara come niente sulle persone?

Quando il direttore del carcere di Makala ha vietato le visite, i carcerati si sono fatti sentire, soprattutto i prigionieri politici (temono di essere avvelenati, dovendo mangiare solo il cibo della prigione!). Così il direttore consente che i familiari portino il cibo all’entrata e lo consegnino al carcerato, mantenendo la distanza di un metro.

Papà Noël è un volontario esterno che lavora nella Commissione giustizia e pace. Segue cioè i vari dossier per la liberazione di coloro che sono trattenuti illegalmente. Ci sentiamo spesso al cellulare e ogni tanto viene da me per ritirare del denaro o medicine, o materiale didattico, che devo far arrivare ai carcerati. Lui lavora sempre, anche se l’attività va a rilento perché in questi giorni il tribunale non si occupa dell’ordinaria amministrazione.

Verso il 12 aprile, il vice ministro della giustizia, non volendo essere da meno rispetto a quanto fatto da altri governi africani, ha dichiarato in tivù di aver liberato 1200 detenuti del carcere di Makala. L’indomani, insieme a Papà Noël, ho parlato con due volontari che collaborano con noi. Ci hanno detto che la notizia è falsa e che sono state liberate solo 200 persone che avevano compiuto reati minori.

Per quello che ne so io, a Makala ci sono circa 8.600 detenuti e ogni giorno ne entrano tra 15 e 20. I vari padiglioni sono sovraffollati: potete i immaginare la promiscuità, l’igiene, le malattie, la fame anche. Quando devo entrare per trovare qualcuno, quello che vedo mi fa piangere, e non riesco a star dentro più di 15 minuti.

Aggiungete che dall’agosto del 2019 due padiglioni sono stati svuotati e i detenuti distribuiti in gli altri padiglioni per eseguire opere di ristrutturazione. Avevano previsto 3 mesi e ce ne sono voluti 8 per ristrutturarne uno, l’altro non è ancora finito. Aggiungete ancora che dal 1° gennaio a fine febbraio sono morti di fame una sessantina di detenuti, già debilitati dal caldo soffocante di quei giorni e dalla mancanza di acqua.

Tornando alla pandemia, il segretario delle Nazioni Unite António Guterres aveva detto con ragione, ancora all’inizio, che bisognava dare la priorità all’Africa perché se si fosse diffuso il coronavirus fatto milioni di morti! Ecco, temo che qui a Kinshasa e in tutta la Repubblica democratica del Congo il peggio non sia ancora arrivato. Il brutto è che molti non sono ancora convinti. E le strade sono ancora piene di gente perché è un popolo che vive alla giornata.

Non avevo sentito di quella donna brasiliana che si fa portavoce di Dio presso il presidente del Madagascar… Un modo come un altro per avere pubblicità e far soldi… Una disgrazia sopra l’altra!

Bene, cari amici, continuiamo a pregare il Signore perché invii il suo angelo a proteggere la prigione di Makala, tutte le prigioni e tutti i detenuti. Ringrazio papa Francesco che spesse volte si ricorda di loro nella Messa. “Se il Signore non guarda la città, invano vegliano le sentinelle”.

Voglio dirvi, infine, che i carcerati di Makala mi commuovono. Perché mi chiamano per sentire come sto, mi raccomandano di stare a casa, e mi dicono che quando passerà questa pandemia vogliono rivedermi in prigione.

Un abbraccio, suor Anna.