Guinea Equatoriale
Dopo che il governo equatoguineano ha negato all’autorità consolare europea di visitare il detenuto in isolamento, il caso di Roberto Berardi – imprenditore italiano in carcere a Bata dal gennaio 2013 con l’accusa di frode fiscale, dopo che si era messo in affari con Teodorín, figlio del dittatore al potere da 34 anni – si connota sempre più come un’offensiva diplomatica.
Al Consiglio Esecutivo dell’Unione africana, il vice ministro degli esteri Lapo Pistelli ha sollevato la questione con l’omologo equatoguineano Mba Mokuy, sottolineando ufficialmente il carattere arbitrario della detenzione. E l’Unione europea, a nome dei 28 paesi membri, ha istituzionalizzato la propria posizione inviando una delegazione all’ambasciata italiana in Camerun (competente anche per la Guinea Equatoriale). Ricostruiamo la vicenda.

Teodoro Nguema Obiang Mangue, figlio del presidente-dittatore della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, è proprio figlio di papà: viziato e bizzoso se ogni suo desiderio non si trasforma in ordine. Il rampollo, Teodorín per gli amici e Tontorín per i detrattori invidiosi, avrà pur diritto a qualche svago nel tempo che rimane dopo i gravosi compiti istituzionali di vicepresidente del paese e ministro della difesa. Così, papà Obiang non può che indulgere alle innocenti stravaganze del primogenito: parco macchine parigino – circa 24 auto, da corsa e da rimorchio, tra Ferrari, Bugatti, Maserati, Rolls-Royce, valore stimato, circa 100 milioni di dollari –; yacht e ville sparse per il mondo; un bel maniero a Malibú; jet personale; qualche piccola reliquia, come il guanto appartenuto a Michael Jackson (oltre 3 milioni di dollari); 300 bottiglie di Chateau Petrus (oltre 2 milioni di dollari); una collezione di Matisse, Degas e Renoir originali (sui 30 milioni di dollari); nonché 200 conti bancari nel mondo.

Un giorno Teodorín vede in Camerun una nuova banca: subito si invaghisce di quella solida struttura avveniristica e dinamica, che ben rende l’idea del denaro e del suo perdersi in fughe ascendenti. Vuole conoscere i progettisti e l’impresa italiana che l’ha costruita. Si mette in contatto con la Eloba Construccion, che fa capo a Roberto Berardi, imprenditore edile di Latina che anni prima aveva portato in Africa attrezzature e macchinari da costruzione impiegando nell’impresa molti italiani.

In breve, l’azienda si trasforma in Eloba Construccion S.A., di cui due soci detengono l’intero capitale: Berardi al 40% e Teodoro Obiang Mangue al 60%. L’impresa si occupa di commesse di enti statali e di società controllate dalla dinastia presidenziale. Probabilmente, a questo punto, a Berardi deve essersi aperta la visione di un succulento Eldorado dato che gli Obiang, insinuati con ogni grado di parentela nei gangli strategici del paese, controllano il 60% delle telecomunicazioni, il 62% della fornitura di energia elettrica, il 15% del settore bancario e praticamente tutto l’indotto degli idrocarburi. Per dare la misura del potere del clan nepotistico degli Obiang, vale la pena ricordare che l’esponenziale incremento delle esplorazioni petrolifere, negli anni ’90, ha portato la Guinea Equatoriale al terzo posto tra i produttori di petrolio dell’Africa subsahariana, moltiplicando la richiesta di servizi di logistica a supporto dell’attività estrattiva.

Gli interessi reciproci, di Obiang Mengue e della Eloba, sembravano, quindi, marciare perfettamente paralleli quando, gennaio 2013, il signor Berardi viene arrestato a Bata, città costiera del paese. Da domiciliare, l’arresto si trasforma quasi subito in carcerazione effettiva, con l’accusa di truffa e appropriazione indebita per 1,5 milioni di euro. Fonti non ufficiali sostengono, tuttavia, che i conti della società, che pare contenessero circa 9 milioni di euro, siano stati completamente ripuliti dopo l’arresto del nostro connazionale. Il processo ha condannato Berardi a oltre 2 anni di reclusione e alla restituzione della somma.

La vicenda ha dell’incredibile: Roberto Berardi era l’amministratore unico della nuova Eloba che, con meno di tre proprietari di quote, per legge ha il solo obbligo dell’assemblea degli azionisti. La convocazione ufficiale di tale assemblea avrebbe dovuto essere la prima azione obbligata, per legge e per statuto, allo scopo di dirimere il conflitto nato in seno alla società. Ma l’assemblea non si è mai tenuta: dal nulla, senza passi intermedi, l’azionista Obiang abusa della sua posizione di potere per privare della libertà l’unico altro azionista. Secondo gli atti dell’Ohada – Organizzazione per l’armonizzazione del diritto commerciale in Africa, che raggruppa 16 paesi tra cui la Guinea Equatoriale – i procedimenti posti in essere da Obiang Mangue sono illegali a tutti gli effetti: violano la legge, il diritto societario e lo statuto della Eloba Construccion S.A.

Dopo essere stato abbandonato dal legale d’ufficio, Berardi è ora senza assistenza giuridica e diplomatica. Infatti, nonostante l’ambasciata italiana a Yaoundé abbia ufficialmente e ripetutamente chiesto alle autorità di Malabo di poter visitare il detenuto, il permesso non è ancora stato concesso. La stessa ambasciata ha più volte richiesto la scarcerazione alle autorità guineane. A Obiang è stata anche recapitata una richiesta di grazia dello stesso Berardi, che rinuncerebbe a rivendicare qualsiasi diritto sulla Eloba in cambio della scarcerazione e dell’espatrio.

A oggi, però, gli sforzi diplomatici messi in campo non hanno ottenuto alcun risultato.

A questo punto non può non tornare alla mente il caso di Igor Celotti, italiano morto nel 2007 proprio in Guinea Equatoriale, in circostanze mai del tutto chiarite. Anche Celotti, direttore generale della General Work, era in affari con la famiglia presidenziale, e come Berardi si occupava di opere pubbliche; anche per la General Work una sostanziale fetta azionaria era di proprietà del clan Obiang. Cosa rende inquietanti le similitudini delle due vicende? Il fatto che in Guinea Equatoriale la famiglia Obiang è il potere esecutivo, è il potere legislativo, è il potere giudiziario.

Ma nonostante questo sia ormai un dato unanimemente riconosciuto, sempre più aziende occidentali si lasciano attrarre dal miraggio dell’arricchimento in quel paese, dove si può saccheggiare in libertà, incalzati dall’avidità del dittatore e da un popolo silenziato dalla fame, dall’analfabetismo, dalle malattie e dal giogo della dittatura. Anche i governi e le istituzioni occidentali sono conniventi e concorrono a perpetrare la voragine tra economia e dovere etico.

Solo nell’ottobre scorso la Camera di commercio di Trapani ha ricevuto una delegazione ufficiale della Guinea Equatoriale per avviare una cooperazione nei settori della pesca e della cantieristica navale. Una pratica certo virtuosa se non fosse per l’evidenza dell’ennesimo specchio per le allodole: non è possibile ipotizzare una cooperazione radicata e proficua dove è prassi comune che gli stessi equatoguineani debbano pagare per un posto di lavoro; dove la mano d’opera è prevalentemente straniera dato che la sterminata cerchia di familiari e amici del presidente fungono da subappaltatori per gestire direttamente il controllo delle assunzioni; dove le multinazionali assumono ghaneani e filippini nelle esplorazioni petrolifere, mentre i locali non sanno come mangiare.