Mercato in difficoltà per la cinematografia africana, ma non mancano i segnali di incoraggiamento
La crisi economica mondiale penalizza anche la produzione cinematografica africana. È l’allarme lanciato a Milano dallo scrittore e sceneggiatore senegalese Boubacar Doris Diop, presidente della giuria del Festival del Cinema africano d’Asia e d’America latina.

Tra le vittime della crisi economica c’è anche il cinema africano, lo conferma Boubacar Doris Diop, scrittore e sceneggiatore senegalese presidente della giuria del Festival del Cinema africano d’Asia e d’America latina di Milano.

Data la convergenza internazionale, «quello della cultura è il primo settore ad essere penalizzato» per il taglio dei fondi. Anche se in origine «ogni paese aveva sviluppato un proprio progetto cinematografico» le ex colonie francofone sono rimaste legate per molto tempo al sostegno economico della cooperazione francese, cosa che ha inevitabilmente condizionato la nascita di un cinema indipendente. «Se il cinema anglofono è invece riuscito a crescere con una certa autonomia, quello francofono si è smarcato grazie all’opera di registi come Sembene Ousmane o Youssef Chahine», che hanno avviato la ricerca di un’identità culturale nazionale e africana attraverso la cinepresa.

 

Questa ricerca parte da un’esigenza che viene dal basso, forte e chiara: «La mia gente ha sete e fame di rappresentazione, cerca sé stessa, cerca le proprie radici anche nel cinema», afferma la giovane regista Hachimiya Ahamada, che al festival presenta la prima opera cinematografica delle Isole Comore, La résidence Ylang Ylang, un’opera “pioniera”, che racconta di una comunità legata alla sua terra e che si basa su un forte senso di solidarietà. Ahamada, ambasciatrice delle Comore suo malgrado, ha preferito affidare la recitazione a non professionisti, «perché più vicini a rappresentare quello che veramente è la vita in queste terre», e per rispondere al bisogno di ritrovare sé stessi anche nel cinema, come davanti a uno specchio. Un’esigenza palese anche in Rouzblézonnver, cortometraggio di Wassim Sookia, una storia divertente, raccontata con orgoglio attraverso i colori della bandiera mauriziana: rosso, blu, giallo e verde.

Come conciliare questo bisogno di “riflettersi” con i limiti imposti dalla crisi economica? «Il modello dovrebbe essere quello di Nollywood» secondo Doris Diop, «un cinema fatto con pochi mezzi, fatto male anche, ma con un pubblico che lo sostiene e che lo ama».

L’esigenza di andare più in profondità è però evidente in molte delle opere africane presentate al festival, una tra le altre la produzione sudafricana, che con il documentario (in concorso tra i documentari Finestre sul mondo) Behind the rainbow, del regista Jihan El Tahri, analizza le dinamiche politiche e del potere che hanno segnato la storia del principale partito, l’Anc fondato da Nelson Mandela, e le vicende dei suoi principali protagonisti, tra cui Thabo Mbeki e Jacob Zuma. Un’opera che si completa con il film, in concorso nella sezione Miglior film africano, Nothing but the truth, di John Kani, che ripercorre la fine dell’apartheid, la ricerca della riconciliazione attraverso l’amnistia, ricorda il culto degli anziani e la lingua locale, ma strizza l’occhio alla modernità e canzona i sudafricani della diaspora, ormai senza radici.

La complessità sociale, le difficoltà della quotidianità, l’evoluzione politica, l’attaccamento alla propria cultura, la ferita della diaspora e l’apertura alla globalizzazione: tutti questi elementi si fondono nella cinematografia africana, che diventa una componente necessaria per lo sviluppo culturale del paese: «Spero di poter essere da stimolo, di riuscire a sollecitare i miei colleghi», afferma Ahamada. «Abbiamo bisogno di raccontarci al mondo con il nostro linguaggio per conoscere noi stessi».