Kenya Politica e Società
Elezioni generali il 9 agosto
Il Kenya al voto tra sfiducia e incertezza
Poco più di 22 milioni di kenyani sono chiamati a eleggere un nuovo presidente, parlamentari e governatori regionali in un clima offuscato da una campagna elettorale senza esclusione di colpi e dal concreto rischio di manipolazioni. Il paese col fiato sospeso per timore di violenze
08 Agosto 2022
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti
Cartelloni elettorali a Nairobi con i candidati alla presidenza Raila Odinga (a sinistra) e William Ruto (Credit: Ispionline.it)

Martedì 9 agosto, i kenyani andranno a votare per le elezioni generali che si tengono nel paese ogni 5 anni. In una sola giornata eleggeranno il presidente, 290 deputati, 47 senatori e rappresentanti delle donne al parlamento nazionale, 47 governatori e 1.450 membri delle assemblee delle contee in cui il paese è diviso. Gli elettori riceveranno dunque 6 schede di diverso colore tra le quali dovranno districarsi per esprimere le proprie preferenze.

Secondo i dati diffusi il 2 giugno scorso da Wafula Chebukati, presidente della commissione elettorale nazionale (Independent Electoral and Boundaries Commission – Iebc), gli iscritti al registro dei votanti sono 22.120.458, il 79,41 % dei 27.857.598 che avrebbero il diritto di voto. Sono in crescita rispetto alla tornata precedente – 9 agosto del 2017 –  quando erano 19.611.423. Per le operazioni di voto sono state allestite 46.232 sezioni elettorali, il 13,08% in più della scorsa volta, quando erano 40.883. Le elezioni costeranno complessivamente 40 miliardi di scellini kenyani (oltre 335 milioni e mezzo di dollari).

Sotto la lente

Le elezioni saranno monitorate da 18mila osservatori nazionali – 8mila dei quali non ancora incaricati a due giorni dall’apertura dei seggi – più quelli dei candidati che sono 16.098 in totale. Gli osservatori internazionali saranno complessivamente 1.300.

Tra gli altri, 20 sono stati mandati dal Commonwealth, 90 rappresentano l’Unione Africana, 60 vengono dai paesi della Comunità dell’Africa orientale, coordinati dall’ex presidente tanzaniano Jakaya Kikwete, e altri ancora da quelli dell’Igad, capeggiati dall’ex primo ministro etiopico, Hailemariam Desalegn.

Arrivata già da diversi giorni anche la delegazione dell’Unione Europea, di cui si aspetta il tradizionale e autorevole rapporto alla fine delle operazioni elettorali. I giornalisti accreditati sono ormai diverse centinaia.

Grande attenzione dunque per un appuntamento che, storicamente, si è dimostrato critico nel paese che è chiave per la stabilità e l’economia di una vasta area del continente africano. Il Kenya vota, l’Africa dell’Est trattiene il fiato, titola in prima pagina il settimanale regionale The East African nel numero del 6 agosto, e sottolinea che, in caso di contestazione dei risultati o di eventuali disordini postelettorali, l’economia di tutta la regione riceverebbe un grave colpo, come accadde nel 2007 e in parte anche nel 2017.

Molte delle merci, compresi beni di prima necessità come cereali e semi oleosi, importati dai paesi della regione, sbarcano infatti al porto di Mombasa e attraversano il Kenya prima di arrivare a destinazione in Uganda, Rwanda, Sud Sudan e anche in alcune parti dell’Etiopia.

I timori potrebbero non essere infondati. Anche quest’anno, infatti, si arriva al voto dopo una campagna elettorale lunghissima e molto combattuta, in cui non sono mancati problemi e tensioni.

Certamente però il clima è diverso da quello che si respirava nel 2017, quando organizzazioni internazionali come Human Rights Watch avevano ripetutamente denunciato violazioni dei diritti umani, stupri e uccisioni. Sotto accusa la polizia, che gode nel paese di una quasi totale impunità e che, quando non è direttamente responsabile di abusi, raramente trova i colpevoli.

Non si può dimenticare, inoltre, il rapimento e l’assassinio, alla vigilia del voto, di Chris Msando, responsabile del dipartimento tecnologico della Iebc, che venne interpretato come un tentativo di usare informazioni in suo possesso per manipolare i risultati elettorali. L’autopsia dimostrò che fu pesantemente torturato prima di essere ucciso. Nessuno ha finora pagato per questo delitto.

La generale impunità delle forze dell’ordine è chiamata in causa anche quest’anno, nelle raccomandazioni delle organizzazioni internazionali che chiedono una pacifica conduzione delle operazioni di voto, fino alla proclamazione dei risultati finali.

Rischio brogli

Durante la campagna elettorale i due principali candidati, Raila Odinga e William Ruto, hanno ripetutamente ventilato il pericolo di brogli. La commissione elettorale è stata additata come lenta e non accurata in diversi provvedimenti di sua competenza.

L’elenco degli iscritti al voto – elettronico ma affiancato da quello manuale in casi di emergenza -, ad esempio, è stato verificato da una compagnia americana specializzata in auditing, la Kpmg (Klynveld Peat Marwick Goerdeler) che ha evidenziato diversi problemi che avrebbero potuto, e potrebbero, facilitare la manipolazione dei risultati elettorali. Tra gli altri, ha trovato che la lista era infarcita di nomi di persone morte e ha rimosso 246.465 nominativi.

Ha segnalato come sospetti i trasferimenti di massa di elettori da una contea, o da una circoscrizione all’altra. Particolarmente alto il numero nelle contee di Mandera, Garissa e Wajir, abitate in maggioranza da popolazione di etnia somala. Ancor più grave è il fatto che abbia trovato che almeno 14 persone non identificate abbiano potuto accedere al sistema informatico e che abbiano “trasferito, cancellato, inserito, … e aggiornato il registro dei votanti a piacimento”.

Tanto che, secondo alcune fonti di stampa, sarebbero circa 2 milioni i “votanti fantasma”. Ha inoltre giudicato l’intero sistema come permeabile agli hacker. E tanto altro ci potrebbe essere perché sono state rese pubbliche solo 47 pagine di un rapporto di 156.

Altri sospetti si appuntano anche sul fatto che alcuni venezuelani abbiano cercato di entrare nel paese con materiale elettorale non dichiarato. La Iebc ha detto che era materiale commissionato, ma i responsabili della dogana hanno sottolineato che come minimo non erano state seguite le procedure, che prevedono che il materiale governativo sia segnalato in anticipo per questioni di sicurezza. Il materiale è stato così confiscato e i venezuelani sono stati arrestati.

Una rete della società civile locale ha diramato un duro comunicato in cui si denuncia il pressapochismo della commissione e l’incapacità del suo presidente, Wafula Chebukati, già molto chiacchierato nelle scorse elezioni. Molti kenyani sono convinti che sia corrotto. Un giornalista di una radio comunitaria di Nairobi giura che abbia legami familiari con Ruto (le due mogli sarebbero imparentate) e che stia manipolando il processo elettorale in suo favore.

Sotto scrutinio popolare anche molti candidati. Nei giorni scorsi un gruppo di attivisti ha presentato un esposto al tribunale elencando diversi politici che non hanno i requisiti per essere eletti. Tra i più noti, il compagno di cordata di Ruto, Rigathi Gachagua, condannato nei giorni scorsi a restituire più di 200 milioni di scellini (quasi 1,7 milioni di dollari), frutto di corruzione e appropriazione indebita.

E altri membri del partito di Ruto: il candidato governatore di Nairobi, Johnson Sakaja, che non avrebbe i titoli accademici necessari, e la candidata governatrice della contea di Kirinyaga, la sempre chiacchierata Anne Waiguru.

Negli ultimi sondaggi, tutte le previsioni danno Odinga in testa con oltre il 47% delle preferenze, mentre Ruto avrebbe circa il 43%. La differenza è ormai chiara e non irrilevante, ma la distanza è tutt’altro che incolmabile. Ci si aspetta che nessuno dei due possa arrivare al 50% + 1 dei voti per risultare eletto al primo turno. La battaglia all’ultimo voto sarà perciò combattuta fino alla lettura dei risultati. Mentre il pericolo di manipolazioni e contestazioni viene considerato dagli osservatori molto alto.

La domanda cruciale è se i due contendenti accetteranno i risultati delle urne. Una risposta non può essere data, visto il contesto in cui il paese va a votare.

 

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