I nuovi signori / Yoweri Kaguta Museveni
Yoweri Kaguta deve il suo secondo nome “Museveni” all’ammirazione del padre per i soldati ugandesi del 7° battaglione “King’s African Rifles”, gli Abaseveni. Come se questo figlio di un allevatore di etnia hima, nato nel 1944 a Nyamambo, fosse fin dalla nascita destinato ad una carriera d’armi.

È con il fucile che Museveni arriva al potere nel gennaio del 1986, dopo una guerriglia di nove anni contro i regimi successivi di Amin, rovesciato nel 1979, e di Obote, costretto all’esilio nel 1985, e dei presidenti provvisori quali sono stati Yusuf Lule, Godfrey Binaisa e Tito Okello. Ma a differenza di Amin, le armi per Museveni sono state un mezzo e non un fine.
All’Università di Dar es Salaam, dove studia scienze politiche, economia e diritto, conosce non solamente il presidente Julius Nyerere, punta di lancia della lotta contro l’apartheid, ma anche gli eroi del Fronte di liberazione del Mozambico, il Frelimo, di cui visita le basi operative e al quale fa propaganda in Tanzania. Il suo ideale è un socialismo nazionalista tinto di pragmatismo.

Impastato di educazione protestante, il giovane Museveni non beve, non fuma, e si sente in totale opposizione con il socialismo di facciata di un Milton Obote che egli giudica corrotto e tribalista. Gli ingredienti della vittoria finale – che Museveni deve in parte agli esiliati tutsi rwandesi, come Fred Rwigyema e Paul Kagame, e all’appoggio di Nyerere e Gheddafi – vanno ricercati soprattutto nella formazione, non solo militare ma anche politica, inculcata alla truppa. Anche se la National Resistance Army non ha sempre evitato le atrocità.
In definitiva è riuscito a instaurare nel sud del paese la pace e una relativa prosperità: l’Uganda è indicata ormai dalla Banca mondiale e dall’Unione Europea come un esempio da seguire sul piano economico. Anche se i partiti politici non sono autorizzati, la stampa è relativamente libera e ci si può presentare alle elezioni a titolo individuale. Tuttavia Museveni non ha ancora vinto la guerriglia del nord del paese. Non c’è dubbio che, durante l’avanzata di Kabila in Zaire, l’Uganda abbia avuto un ruolo non trascurabile: autorizzando il transito di veicoli blindati destinati a Kabila, e “ripulendo” la regione frontaliera tra Arua e Butembo dai guerriglieri ugandesi e dai loro padrini sudanesi. Ma non è affatto sicuro che Museveni stimi Kabila.

Nel 1971, alla ricerca di armi per lottare contro Amin, Museveni visita la base del Partito della rivoluzione popolare, ma se ne torna a mani vuote. Più recentemente, dopo aver incontrato Emma Bonino, commissario europeo agli affari umanitari, Museveni mette in guardia Kabila dal rovinarsi la reputazione accanendosi contro i rifugiati hutu rwandesi. Tra i congolesi si pensa che Museveni, all’inizio dei combattimenti, si sentisse più vicino al comandante militare dell’Afdl, Andr‚ Kisase Ngandu (ucciso all’inizio del ’97), che aveva combattuto al suo fianco in Uganda. Sarebbe stato Kagame ad imporre Kabila agli altri capi della guerriglia congolese.
Una cosa è comunque sicura: nella regione dei Grandi Laghi è Museveni, anche se di sei anni pi- giovane di Kabila, ad avere il ruolo del primogenito. È vero che i suoi consigli non sono sempre ascoltati…