Sud Sudan: campo di rifugiati a Wau (2016)

Come pressoché in tutto il mondo cristiano, anche in Sud Sudan le celebrazioni religiose sono state sospese come misura preventiva per arginare la diffusione della pandemia causata dal coronavirus.

Sebbene il paese abbia registrato pochissimi casi positivi al Covid-19, il governo ha adottato da subito forti misure restrittive nella consapevolezza che sarebbe impossibile, con solo quattro dispositivi per la ventilazione artificiale in dotazione al sistema sanitario nazionale, affrontare l’emergenza di un alto numero di malati.

Il mattino della domenica delle Palme mi trovavo a Malakal, nella regione dell’Alto Nilo. Il cancello d’ingresso alla cattedrale era chiuso e le palme benedette erano state poste su un supporto all’esterno perché i fedeli potessero avere almeno quel segno di una celebrazione solitamente molto partecipata.

A un certo punto ho visto una donna sola, presso le tombe di alcuni padri e suore poco fuori la chiesa. Era visibilmente turbata, e alla mia domanda “perché piangi?” ha risposto di essere venuta dal campo Onu per i rifugiati sperando di poter partecipare alla messa.

Al campo, congestionato da quasi 30mila persone, già da tre settimane erano state sospese le funzioni domenicali, ma lei aveva sperato che in città la situazione fosse diversa e probabilmente quel mattino aveva fatto tre km a piedi per arrivare alla chiesa. Non trovare neppure a Malakal la possibilità di pregare insieme l’aveva sconcertata.

Ci siamo intrattenute un attimo a parlare dei cambiamenti alla vita ordinaria causati dall’insorgere del fenomeno del coronavirus, e quindi se n’è tornata al campo profughi. Riflettendo poi, mi ha colpito la somiglianza di questo semplice episodio con la nota scena del mattino di Pasqua dove è Gesù che pone la domanda cruciale a Maria Maddalena: “Perché piangi?”. Quel dialogo evangelico si conclude con Maria che si apre alla prospettiva della risurrezione e ritrova gioia e speranza.

Per coloro che vivono nei campi profughi, più di 150.000 in Sud Sudan, invece di gioia e speranza, prevalgono in questi giorni apprensione e paura per il rischio di essere contagiati dal Covid-19 in aree sovraffollate e senza un’assistenza sanitaria adeguata. Certo, le restrizioni sui movimenti imposte dal governo sono necessarie, ma rendono la vita quotidiana ancora più difficile, e la mancanza di servizi religiosi acutizza il senso di isolamento.

Nelle città principali la chiusura forzata di attività e servizi non essenziali è un provvedimento con gravi conseguenze per un’economia dove, esclusi gli impiegati governativi, la maggior parte della gente vive di lavoro a giornata. Sono stati attuati meccanismi per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità e nella capitale sono stati aperti punti di distribuzione di generi alimentari essenziali ai più bisognosi. Non si sa quanto la situazione potrà tenere. Le patologie legate alla malnutrizione possono risultare più fatali del coronavirus.

Il mondo è sbalordito davanti alla repentina esplosione e diffusione di questa pandemia. In un paese come il Sud Sudan, che a malapena sta uscendo da mezzo secolo di guerre, il Covid-19 proprio non ci voleva. Eppure la gente in generale rimane positiva: anche il virus passerà e i giorni delle lacrime finiranno.


Forti misure restrittive

Il governo del Sud Sudan ha affermato che «l’unico vaccino attualmente disponibile è la distanza sociale». Cosa impossibile in un campo profughi dove in genere le persone vivono ammassate. Per arginare il rischio della pandemia, già dall’inizio di aprile il presidente Salva Kir ha deciso la chiusura di tutte le frontiere, delle scuole di ogni ordine e grado, delle chiese e moschee, e ha imposto il coprifuoco dalle 20.00 alle 06.00 per la durata di 6 settimane