L’editoriale del numero di luglio-agosto 2012

Dopo aver indossato uno sguardo livido verso chi l’aveva attaccata per quell’accordo segreto, la ministra dell’interno Annamaria Cancellieri ha sentenziato: «Non siamo così cattivi e poco rispettosi dei diritti umani degli immigrati». Bollando come frutto di «pregiudizi ideologici» chi ha affermato che il patto stipulato tra Italia e Libia, il 3 aprile scorso (e reso pubblico da Amnesty International solo il 13 giugno), ricalcasse, di fatto, tutte le vecchie intese tra Roma e Tripoli, soprattutto in tema di respingimenti in mare. Pratica per la quale l’Italia è già stata condannata dalla Grande camera della Corte di Strasburgo il 23 febbraio scorso.

 

In soccorso all’ex commissario prefettizio di Bologna è intervenuto il ministro degli esteri Giulio Terzi. Che ha affermato: «Nessun respingimento! Non ne faremo. Non sono nell’agenda di questo governo», evidentemente sbirciando tra le pagine programmatiche dell’esecutivo.

 

Usando un linguaggio burocratico meno imbarazzante, Andrea Riccardi, ministro della cooperazione e dell’integrazione, ha rassicurato il mondo umanitario: «Il governo italiano non ha dilemmi. Abbiamo deciso che non ci saranno mai più respingimenti indiscriminati. È questo il nostro impegno in onore dei tanti che hanno perso la vita e dei tanti ai quali abbiamo sottratto la speranza, un’accoglienza rispettosa della storia e dei diritti di ciascuno». Anche se poi il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha precisato: «Il nostro governo intende aiutare i libici nel controllo del loro territorio ». Insomma: «Non respingiamo: preveniamo solo le partenze », com’è stato scritto con mirabile ed efficace sintesi.

 

Certo è che quel “Processo verbale”, sottoscritto a Tripoli il 3 aprile 2012 da Cancellieri e il suo omologo libico Fawzi Althaer Abdulali, ha imbarazzato non poco il Viminale. Non solo perché sarebbe stato «quantomeno opportuno che la linea politica dell’Italia verso l’immigrazione irregolare fosse discussa in parlamento, di fronte ai rappresentanti dei cittadini italiani, e non sulle pagine dei giornali o all’ombra di una tenda beduina», come ha ricordato Jean- Léonard Touadi, parlamentare del Pd, ma, soprattutto, perché «i diritti umani devono essere la base per una democrazia, non una clausola accessoria di un accordicchio segreto siglato tra tecnici».

 

Perché è proprio questo il punto: dalla fine del regime di Gheddafi, la situazione dei diritti umani per i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti irregolari è peggiorata in Libia. «Nella “nuova” Libia, i profughi sono costretti ai lavori forzati sotto la minaccia delle armi, senza cibo né acqua, continuamente picchiati, in una situazione di totale degrado per la dignità delle persone», scrive don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo sviluppo (Ahcs), sulle condizioni dei profughi, soprattutto eritrei e somali, rinchiusi nei centri di detenzione libici.

 

E noi, anime candide, che facciamo? Promettiamo di aiutare le autorità tripoline nel controllo dei flussi migratori nel loro territorio. Nell’accordo del 3 aprile non sono citate le garanzie che spettano a profughi e rifugiati in Libia, stato che non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

 

Invece di stipulare patti di contrasto all’immigrazione irregolare, il governo Monti dovrebbe spingere e appoggiare Tripoli nella definizione di un sistema giuridico conforme agli standard internazionali in materia di protezione internazionale e dei diritti relativi ai lavoratori stranieri e alle loro famiglie.

 

Proprio su questo aspetto, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ci ricorda che «ogni accordo o intesa, anche di polizia, volti al contrasto della cosiddetta immigrazione irregolare tra l’Italia e la Libia, e conseguentemente ogni operazione comunque finanziata con fondi italiani, devono essere subordinati all’effettivo rispetto da parte della Libia dei diritti fondamentali delle persone straniere intercettate». Ed è evidente che il parametro di tale rispetto «non può essere costituito solo dalle eventuali rassicurazioni diplomatiche espresse dal governo libico, bensì dalla messa in atto di un nuovo ed effettivo sistema giuridico conforme agli standard internazionali in materia di protezione internazionale e dei diritti relativi ai lavoratori stranieri e alle loro famiglie».

 

Per questo, prima di qualsiasi accordo verbale o scritto tra i due paesi in tema d’immigrazione, la Libia dovrebbe assicurare il diritto d’asilo, prevenire e reprimere ogni forma di tortura o di trattamento disumano, e provvedere a una radicale riforma delle strutture di detenzione per migranti irregolari.

 

In assenza di queste condizioni, ogni giustificazione, anche nobile, per stringere patti con Tripoli in tema di immigrazione sarebbe solo contorsionismo diplomatico.

 


 



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