L’entusiasmo ha già lasciato il posto alla preoccupazione. Se a febbraio l’avvio del programma Covax (con la distribuzione dei primi vaccini in Ghana e poi via via in altri paesi) aveva fatto pensare che i paesi in via di sviluppo (compresi quelli del continente africano) non sarebbero stati lasciati indietro nella lotta contro il coronavirus, a qualche mese di distanza bisogna fare i conti con la realtà.

Una realtà fatta di ritardi, qualche falla nell’organizzazione, e forse scarsa visione per il futuro. Partiamo da alcuni fatti. Il Ghana – primo paese africano, ripetiamo, a ricevere le dosi di vaccino del Covax – ha già praticamente finito lo stock a disposizione. Ne erano arrivate 600mila dal programma Covax, 165mila donate dal gruppo MTN e altre 50mila donate dal governo indiano.

Il direttore generale del Ghana Health Service, qualche giorno fa, ha fatto sapere che nel paese sono state già vaccinate circa 800mila persone. Il problema dunque, è che non sono rimaste dosi per il richiamo. A questo si aggiunge che centinaia di dosi arrivate nella regione Nord del paese (alcune fonti hanno parlato di 2mila dosi) sono scadute, quindi inutilizzabili.

Il vaccino AstraZeneca deve essere somministrato entro sei mesi – ha spiegato il direttore regionale della salute pubblica, Hilarius Abiwu –. Quello arrivato è stato prodotto nell’ottobre 2020, quindi è ormai scaduto. Intanto, all’inizio di aprile il presidente, Nana Akufo-Addo, aveva tranquillizzato i cittadini e il servizio sanitario nazionale, assicurando che altre 300mila dosi sono già in arrivo. Certo, non il numero sufficiente a coprire almeno il richiamo di chi ha già ricevuto la prima dose. Ma almeno, si andrebbe avanti.

Medesima situazione in Malawi, dove i vaccini AstraZeneca pronti ad essere gettati nel cestino dell’immondizia perché ormai scaduti, sono 160mila. Vaccini donati, in questo caso, dall’Unione africana. Al momento solo 230mila dosi sono state iniettate, vale a dire l’1% della popolazione.

Eppure, all’inizio la popolazione aveva risposto in massa e con spirito positivo alla campagna di vaccinazione. A spegnere gli animi sarebbe stata anche la paura alimentata dai rumors sugli effetti collaterali dell’AstraZeneca. Anche il governo del Sud Sudan ha fatto sapere che non può utilizzare i 59mila vaccini inviatigli dall’operatore mobile sudafricano MTN, perché – anche in questo caso – già vicini alla scadenza.

Il ritardo nell’invio dei vaccini AstraZeneca prodotti dal Serum Institute of India (SII) sarebbe dovuto all’incremento dei casi in India e quindi alla necessità di affrontare l’emergenza interna. Sull’arrivo dei vaccini per il richiamo, comunque, non c’è certezza, nessuna previsione possibile. E a dirlo è il direttore dell’Africa centres for disease control and prevention, John Nkengasong. Meno di 14 milioni le dosi utilizzate finora, su una popolazione di 1 miliardo e 300 milioni di persone.

Intanto l’Unione africana ha firmato un accordo con la Johnson & Johnson, ma le dosi non cominceranno ad arrivare prima dell’autunno. Finora il programma Covax – si legge sul sito ufficiale – ha distribuito 38 milioni di dosi di vaccini in oltre 100 paesi e la promessa è di continuare le spedizioni promesse ai paesi che ne hanno fatto richiesta, entro l’anno, nonostante i ritardi ammessi dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità. L’obiettivo è l’invio di 2 miliardi di vaccini entro il 2021.

Ma, come si diceva, i paesi che avevano ricevuto le prime dosi le hanno ormai esaurite – o le hanno lasciate scadere per una ragione o per l’altra. Tra quelli che hanno esaurito le dosi anche il Rwanda e il Botswana, mentre – secondo la BBC – Ciad e Zimbabwe avrebbero rinunciato all’invio dell’AstraZeneca nell’attesa che si chiariscano definitivamente l’eventuale relazione tra il vaccino e il rischio di trombosi.

Diversa la situazione in Sudafrica che sta vaccinando con Johnson & Johnson – e in questo caso occorre una sola dose -. Finora ne sono state somministrate circa 300ila.  Un paradosso in tutta la vicenda è che, da una parte si lasciano sospese le vaccinazioni, dall’altro il programma Covax va avanti con l’invio di dosi in altri paesi. Qualche giorno fa 355mila vaccini sono arrivati in Niger. Altre spedizioni sono state fatte in Comore, Guinea Bissau, Mauritania e Zambia. Presto arriveranno anche in Camerun.

Ma i vaccini con cui in Africa si sta procedendo alla campagna vaccinazioni non sono solo quelli del programma Covax. Alcuni paesi li hanno acquistati e altri ne hanno ricevuti in donazione dalla Cina, dalla Russia, dall’India e – nel nordafrica – dagli Emirati Arabi Uniti. Comunque sia, si tratta di tante gocce in un grande oceano. John Nkengasong ha detto che non basteranno i vaccini del Covax per fermare la pandemia. «Solo con questi si arriverà a una copertura del 20%, molto lontana dal 60% richiesto come target per arrivare all’immunità di gregge».

E si è appellato ad un approccio collaborativo, affinché il continente riesca ad acquisire 1 miliardo e 500 milioni di dosi necessarie all’obiettivo di quel 60% di copertura. Ricerche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale stimano che il continente dovrebbe spendere 12 miliardi di dollari per acquistare e distribuire vaccini in numero sufficiente per fermare la diffusione del virus. Nel frattempo bisognerà supplire a questo enorme buco nero, l’estrema carenza di vaccini.

Per questo motivo membri dell’Onu sono ricorsi ad un appello ai paesi ricchi affinché mettano a disposizione i vaccini in “eccedenza”. «Sappiamo – ha detto Seth Berkely, amministratore delegato della Gavi – che molti paesi ad alto reddito hanno acquisto più vaccini di quanti avessero bisogno».

Appello a cui hanno finora risposto la Nuova Zelanda, la cui prima ministra, Jacinda Ardern, ha annunciato una donazione che permetterà l’acquisto di 800mila dosi e 400 milioni di dollari sono stati promessi da Danimarca, Liechtenstein, Paesi Bassi, Svizzera e Portogallo, mentre gli Stati Uniti avrebbero già donato 2 dei 4 miliardi di dollari promessi al piano Covax.

E intanto, i dirigenti del programma hanno fatto sapere che entro giugno occorreranno almeno altri 2 miliardi di dollari per 1 miliardo e 800 milioni di dosi da acquistare entro quest’anno.

La pandemia ha messo comunque in campo la necessità di autonomia del continente africano. Per esempio, appunto, nella produzione di vaccini, senza aspettare donazioni o di aver denaro in cassa per acquistarne all’estero. A questo mira il memorandum firmato qualche giorno fa dalla Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), Gavi vaccine alliance e Covax, e annunciato dall’Unione africana. Il piano mira a realizzare 5 centri di ricerca sul continente.

Ci vorranno 15 anni ma si lavora all’autosufficienza, appunto, sia nel campo della ricerca – che vedrà protagonisti in questi centri scienziati africani – sia in quello della manifattura dei vaccini. L’obiettivo è produrre a livello locale, nell’arco di 20 anni, almeno il 60% dei vaccini che saranno usati nei paesi africani.

Intanto, bisognerà fare con quello che c’è, evitare ritardi, malfunzionamento della campagna vaccinale e ingiustizie nella distribuzione. Agire in trasparenza, massimizzare la disponibilità dei vaccini, affrontare la questione della produzione e dei diritti di proprietà: sono alcune delle raccomandazioni e richieste arrivate con una lettera aperta firmata da Human Rights Watch, Amnesty International, Medici senza Frontiere e indirizzata alla Cepi, Gavi e alla Oms.

Al momento l’Africa rimane il continente meno colpito dalla pandemia. Sono poco oltre 4.4 milioni i casi riportati e 117mila morti su una popolazione di 1 miliardo e 300 milioni di persone.

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