Rio de Janeiro, 31 maggio 2020: un poliziotto punta il fucile contro un uomo disarmato a margine di una manifestazione contro le violenze della polizia su gli afrobrasiliani (Credit: g1.globo.com)

In Brasile l’Atlante della violenza (Atlas da Violência) compilato dall’Istituto per la ricerca economica applicata (Ipea) ha diffuso i risultati delle sue ricerche: su 65.602 omicidi commessi nel 2017, il 75.5% delle vittime sono afrodiscendenti. Il paese sudamericano conta 211.711 milioni di abitanti, di cui 55.8% sono afrobrasiliani che hanno una probabilità 2,7 volte maggiore di essere vittime di violenza rispetto ai bianchi.

La probabilità aumenta specie nella fascia di età compresa tra 15 e 29 anni: ogni due ore si perdono cinque vite. Spesso si tratta di afrobrasiliani resi vulnerabili da un sistema escludente e discriminatorio che opera anche in altri paesi, come ad esempio gli Stati Uniti. Ma se la notizia dell’uccisione di un afro da parte della polizia negli Stati Uniti provoca agitazione e rivolta, in Brasile raramente raggiunge la maggioranza della popolazione.

Nell’ottobre 2019 un articolo del giornale O Globo ha messo in evidenza come le morti ad opera della polizia di Rio de Janeiro siano cresciute del 127% in soli quattro anni. E del 43% solo lo scorso aprile. Eppure, secondo una ricerca del Segretariato per le politiche per la promozione dell’uguaglianza razziale (Seppir), il 56% dei brasiliani concorda con l’affermazione che “la morte violenta di un afrodiscendente sciocca la società meno della morte di un bianco”.

La società brasiliana, insomma, considera quasi la morte violenta di un afro come un destino inevitabile. La filosofa Hannah Arendt descrive il fenomeno come la “banalizzazione del male”, cioè “arrendersi all’epidemia dell’indifferenza”. Non si pensa che dietro ai morti ci sono famiglie, figli, vite interrotte. Si rende tutto invisibile o relegato a fugaci notizie di cronaca.

Gli interessi individuali vengono prima dei diritti delle classi povere. Muoiono afro poveri, periferici, invisibili, innocenti o assoldati per traffici di droga o dalla malavita. La lotta al razzismo coinvolge aspetti relativi al contradditorio processo di sviluppo brasiliano che ha prodotto violenze visibili in varie forme.

Un dato allarmante dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge) sottolinea che gli afro sono i più colpiti da disoccupazione, lavoro minorile, analfabetismo, ma non solo. Nel 2018 tra coloro che abitavano case con carenze igieniche, 69.404 milioni erano afro, 25.015 milioni erano bianchi. Senza raccolta di rifiuti vive il 12,5% degli afro contro il 6% dei bianchi, senza approvvigionamento idrico il 17,9% contro 11,5% dei bianchi, senza fognature il 42,8% contro il 26,5% dei bianchi.

Le disuguaglianze etnico-razziali hanno origini storiche ma alla base esiste un razzismo strutturale, come afferma lo studioso Milton Santos: il preconcetto razziale in Brasile continua ad essere “impregnato di connotazione strutturale” e il segno più noto è la “naturalizzazione della discriminazione”. Santos parla di “violenza strutturale”, cioè una violenza “che in quest’era di globalizzazione, denaro e competitività allo stato puro, utilizza questi meccanismi per espandersi nella struttura sociale dello stato brasiliano” e vuole abbandonare i margini.

Invece le periferie sono anche luoghi ove nascono interessanti movimenti afro di resistenza socio-culturale e politica. Grazie alle politiche di inclusione sociale implementate a partire dal 2002, la percentuale di afrobrasiliani che frequentano scuole pubbliche nel 2018 ha raggiunto il 50,3%, superando la metà delle iscrizioni, secondo i dati Ibge.

L’intervento delle politiche pubbliche nel riequilibrio sociale è uno dei fattori importanti per eliminare le disuguaglianze, come la legge delle quote che ha reso obbligatoria una percentuale di afrobrasiliani nell’accesso all’istruzione superiore.

L’inclusione sociale aiuta a combattere violenza e discriminazioni razziali, come afferma lo studioso brasiliano Moises Oliveira: “É necessaria una volontà politica per comprendere il ruolo dell’educazione sociale per i giovani poveri, periferici e afrodiscendenti che, attraverso l’istruzione scolastica, possono avere possibilità di dare un nuovo significato alla propria vita”.