Il dramma umanitario / Emma Bonino accusa
La commissaria europea per gli aiuti umanitari insiste sulla tragedia dei profughi hutu. Per denunciare la latitanza della politica e della diplomazia, e per difendere le organizzazioni umanitarie.

Commissaria Bonino, adesso che la guerra in Congo/Zaire è finita, si ha un’idea precisa del suo costo in vite umane? Che ne è stato dei profughi hutu rwandesi di cui non si hanno più notizie? Si conoscerà mai la verità?
Le stime più attendibili, come quelle dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati e di Medici senza frontiere, dicono che circa 250.000 persone risultano “disperse”. Non so se giudicare più sconvolgente questa notizia o, rispetto ad essa, la quasi totale mancanza di reazioni apprezzabili in Europa da parte dei nostri governi e della stessa opinione pubblica. Purtroppo, c’è da temere il peggio, perché la Croce Rossa ed altre organizzazioni caritatevoli o umanitarie hanno già localizzato fosse comuni dove le vittime, come nel caso del campo di Mugunga, si contano a migliaia. Ce n’è abbastanza per insistere sulla necessità assoluta di un’inchiesta internazionale e forse di un tribunale internazionale. Non si può rinunciare a conoscere la verità dei fatti.


La comunità internazionale ha assistito impotente a sette mesi di guerra senza riuscire a condizionare il corso degli eventi politico-militari. Quel che appare ancora più grave è stata l’assenza di qualsiasi misura concreta anche solo sul piano umanitario. Come mai?

La mancanza totale di trasparenza è stata forse la caratteristica dominante di questa guerra “di liberazione”, scandita dalle menzogne dal primo all’ultimo giorno. Hanno mentito i belligeranti ma hanno mentito anche gli osservatori internazionali, come quei diplomatici e generali che sul finire dell’anno scorso hanno fatto abortire il progetto di forza d’intervento multinazionale umanitaria approvato dal Consiglio di sicurezza, spiegandoci che «non si registravano nell’est dello Zaire quantità apprezzabili di profughi». O mentivano o erano degli incapaci.
Oggi ci sono indizi più che sufficienti per affermare che nell’offensiva si sono intrecciati progetti diversi: accanto al disegno di Kabila – prendere il potere a Kinshasa – è stato messo in pratica il disegno – interamente rwandese – che puntava alla eliminazione con la forza della minaccia costituita dai gruppi revanscisti armati hutu, annidati in seno alla comunità dei profughi nei due Kivu. Questa eliminazione, a mio avviso, è stata condotta in maniera sistematica e spietata, coinvolgendo donne e bambini, grazie a quella che ancora molti pudicamente definiscono «la presenza non confermata di truppe dei paesi vicini».


Per due anni i dirigenti rwandesi hanno chiesto alla comunità internazionale di separare, nei campi profughi, i responsabili del genocidio del 1994 dal resto della popolazione. Ma quando le truppe che si battevano sotto le bandiere di Kabila hanno attaccato i campi non risulta che abbiano fatto alcuna “selezione”. Voi umanitari non avreste potuto in passato agevolare questa separazione?

Non vedo davvero come. Non ne abbiamo né la vocazione né i mezzi. Anche noi abbiamo detto per due anni che era necessario farlo. La verità è che per due anni la politica e la diplomazia hanno latitato: lasciando agli umanitari il ruolo di assistere i campi, che si sono “palestinizzati”, diventando centri di revanscismo hutu. Colpa di cibo e medicine o colpa della latitanza di politica e diplomazia? Ci si accusa di «avere nutrito la crisi»: qualcuno sa dirmi in quale preciso momento avremmo dovuto ritirarci dai campi e in che modo ciò avrebbe semplificato il problema? Siamo serviti da alibi per due anni. Poi, quando gli strateghi si sono svegliati e hanno preso i campi profughi a cannonate, malgrado le bandiere dell’Onu, improvvisamente non c’è più stato spazio per l’azione umanitaria.


E la questione della separazione fra autori del genocidio e popolazione innocente?

Ho constatato di persona, nel corso di vari incontri, una certa tendenza dell’attuale gruppo dirigente rwandese a considerare il genocidio del ’94 come un crimine “collettivo” di intere comunità di hutu, di intere famiglie. Da cui il desiderio di punizioni e rappresaglie “collettive”. Ho visitato i campi profughi prima e dopo la guerra, dove e quando è stato possibile. Ma mi sarebbe bastata la visita a Tingi-Tingi, in febbraio, per farmi un’idea precisa: lì era evidente la presenza di uomini più o meno giovani e validi – presumibilmente il nocciolo duro dei génocidaires – ma anche la presenza massiccia di donne, bambini e anziani, tutti in condizioni penosissime. Penso a quei bambini, a tutto quello che hanno visto e vissuto. Chi fra loro sopravviverà, ci sono pochi dubbi in proposito, dedicherà la propria vita alla vendetta. É questo il modo migliore per perpetuare la cultura e l’ideologia del genocidio.


L’hanno accusata di avere voluto ritardare la caduta di Mobutu, di essersi fatta complice del neocolonialismo francese…

Non ho mai avuto alcunché da spartire con Mobutu e il mobutismo, né ho mai nutrito alcuna simpatia per il modello di potere africano che il maresciallo rappresentava. Ma non riesco a simpatizzare nemmeno con le preoccupazioni geopolitiche che prima hanno fatto di Mobutu un bastione dell’anticomunismo e poi ne hanno accelerato la caduta. Ho un’unica bussola: levare la mia voce per denunciare le violazioni delle convenzioni internazionali, le sofferenze imposte ad esseri umani, la violazione dei diritti umani, il verificarsi di crimini contro l’umanità.


Neanche l’Europa comunitaria ha saputo esprimere una linea politica efficace per condizionare gli eventi.

Non mi stanco di lamentare l’assenza di una politica estera europea comune e, soprattutto, credibile. La crisi nello Zaire ridiventato Congo ha dimostrato assai chiaramente che la somma delle politiche nazionali dei principali stati membri non è assolutamente sufficiente per fare fronte alle crisi complesse della nostra epoca. La reazione dell’Unione Europea è stata deludente, è vero. Ma mi si lasci dire che essa appare più dignitosa rispetto alla linea seguita da molti paesi membri dell’Unione e da vari organismi internazionali. Trovo abbastanza vergognoso lo schema fisso seguito da molte capitali europee di fronte al cambio di gruppo dirigente a Kinshasa. Primo: ci si rallegra e ci si dichiara pronti ad assistere i nuovi dirigenti. Secondo: ci si esprime in favore del processo di transizione alla democrazia annunciato. Terzo, e comunque ultimo: si esprimono voti affinché vengano rispettati i diritti umani, assistiti i rifugiati, ecc. La mia scala di priorità è l’esatto contrario. Come si fa a felicitarsi con un potere su cui grava un sospetto pesante di avere commesso crimini contro l’umanità?


Nelson Mandela ha tirato le orecchie agli occidentali che, come lei, hanno sistematicamente criticato Kabila. Come risponde?

Ho un enorme rispetto per Mandela. E capisco bene le ragioni che inducono il Sudafrica a fare di tutto per non rimanere fuori, politicamente ed economicamente, dalla Repubblica democratica del Congo. Insomma, non mi meraviglia la realpolitik che ispira Pretoria.
Quanto al giudizio su Kabila anch’io, umilmente, tiro le orecchie a Nelson Mandela. Dal nuovo Sudafrica, infatti, mi aspetto che esso esporti nel resto dell’Africa i suoi buoni standard di libertà e rispetto dei diritti civili. Non che accetti, come fossero inevitabili, le cattive abitudini di altri paesi africani.