Somalia, Sud Sudan e Sudan
Piogge (scarse o alluvionali) e conflitti stanno mettendo a dura prova la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone in vaste aree dell’Africa orientale e del Corno d’africa.

In occasione della giornata mondiale dell’alimentazione, il 16 ottobre, numerosi sono stati gli appelli per la drammatica situazione alimentare di alcuni paesi del Corno d’Africa e dell’Africa dell’Est. Il più inaspettato riguarda la Somalia, dove 50.000 bambini potrebbero morire di fame nelle prossime settimane, ha dichiarato Philippe Lazzarini, coordinatore per le operazioni umanitarie nel paese.

Dopo 20 anni di conflitti, il paese infatti, è cronicamente insicuro dal punto di vista alimentare e il rischio di crisi conclamata è sempre in agguato. In particolare la regione di Gedo, secondo il Famine Early Warning Systems Network (FEWS Net), è già entrata in una situazione di pre-carestia a causa della scarsità delle piogge di aprile e maggio, che han fatto fallire il primo raccolto: il prossimo sarà in febbraio/marzo, perciò oltre un milione e mezzo di persone si trova senza nessuna scorta alimentare per i prossimi mesi. Inoltre in molte zone le aree rurali sono presidiate dal movimento armato degli Al-Shabaab, che hanno sì perso ultimamente molte città, ma hanno ancora il controllo delle zone rurali. Molte rotte commerciali interne sono dunque interrotte, sia per le derrate per le zone urbane, sia per gli aiuti per la popolazione nelle campagne. Gli allarmi per la difficile situazione in Somalia si sono ripetuti nel corso degli ultimi mesi, ma sono caduti nel vuoto o quasi, a causa delle altre crisi nella zona.

Un grande sforzo è stato fatto dalla comunità internazionale per il Sud Sudan, dove 1.400.000 persone sono rifugiate interne mentre poco meno di 500.000 hanno cercato rifugio nei paesi vicini. Enorme è stato inoltre il danno all’agricoltura negli stati non toccati dal conflitto, a causa delle alluvioni e per il blocco di molte via di comunicazione, prima per i combattimenti e poi per le piogge. Tuttavia sembra che sia stato scongiurato l’ultimo stadio della crisi alimentare, la carestia, (quando si superano standard internazionali relativi ai morti per fame in una data zona, in un dato periodo) che si temeva dovesse essere dichiarata prima della fine della stagione delle piogge.

La situazione è però sempre molto critica tanto che si stima che almeno 235.000 bambini soffriranno per gravissime forme di malnutrizione entro la fine dell’anno. Intanto è stata lanciata una campagna per il controllo di 600.000 bambini in aree non toccate dal conflitto, ma che hanno tassi di malnutrizione cronici, e a cui quest’anno non è stato possibile dare la consueta attenzione per la drammaticità della crisi nelle zone in conflitto. È comunque da sottolineare che l’appello di Ocha, l’organizzazione dell’Onu per il coordinamento delle operazioni umanitarie, è stato finora finanziato a poco più del 50% per gli aiuti alimentari, cosa che fa temere che non si potrà far fronte ai bisogni nei prossimi mesi.

Bombardamenti mirati
Poco si è invece detto della situazione sudanese, dove due regioni, il Sud Kordofan e il Nilo Blu, in conflitto con il governo centrale dal 2011, sono sottoposti a una campagna di bombardamenti volti a impedire i lavori agricoli e a distruggere i raccolti. Il movimento di opposizione armata al governo di Khartoum che opera nei due stati, l’Splm-n, ha più volte denunciato la situazione, ma l’assenza di osservatori indipendenti ha reso poco efficaci le accuse. D’altra parte il governo di Khartoum impedisce ogni rilievo dei bisogni e l’afflusso degli aiuti, con un rigido controllo delle operazioni umanitarie, cui non è concesso di raggiungere la popolazione nei territori non controllati dal governo.

Le denunce sembrerebbero però ora confermate da un documento riservato, il verbale di una riunione tra alti gradi militari della leadership sudanese, avvenuta il 31 agosto scorso, fatto filtrare al professor Eric Reeves, esperto dell’area, autore di numerosi libri sul paese ed attivista per i diritti umani. Il documento è ritenuto autentico dagli esperti di Sudan. La sua credibilità è stata anche confermata da un ex componente della leadership e membro del partito di governo, l’Ncp, ora passato ad un gruppo di opposizione. In un paragrafo del documento viene descritta la strategia della terra bruciata nei due stati. «Quest’anno l’Spla/m-n ha coltivato estese zone nello stato del Sud Kordofan. Non dobbiamo permettergli di fare il raccolto. Un buon raccolto significa rifornimenti per la guerra. Dobbiamo affamarli , così da costringere militari e civili a disertare; noi poi potremo reclutarli per sconfiggere i ribelli». Queste sarebbero le parole di un generale, partecipante alla riunione, verbalizzate a pagina 10 del documento in arabo, riportate in un articolo di Reeves sul Sudan Tribune del 26 settembre 2014.

Sta di fatto che si cerca rifugio in Sud Sudan: più di 80.000 persone del Sud Kordofan nella contea di Pariang, 120.000 dal Blue Nile nella zona di Maban. Sia Panriang, nello stato di Unity, che Maban, nello stato dell’Upper Nile, sono zone colpite gravemente dal conflitto sud sudanese e questi rifugiati si aggiungono ai milioni di persone in grave crisi alimentare in Sud Sudan e si trovano praticamente tra due fuochi e senza vie di fuga.

Il World Food Programme segnala, inoltre, fin da giugno, la situazione difficile del Darfur, dove ci sono ancora oggi più di due milioni di sfollati, raccolti in campi, e dove la situazione di generale insicurezza rende difficile la coltivazione dei campi e anche il rifornimento dei mercati.

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