(Credit: IFII)

Cyberspace africano, un far west dove vige la legge del più forte. O meglio del più scaltro. Perché le risorse digitali significano anche profitto, e potere. La notizia che milioni di indirizzi Internet assegnati all’Africa siano stati presi di mira – alcuni in modo fraudolento, vale a dire rubati – per scopi che hanno beneficiato spammer, truffatori, pornografi e giocatori d’azzardo, fa appunto pensare che la corsa ai domini non stia andando sempre (e non solo) nella direzione di favorire lo sviluppo di Internet in Africa.  

La denuncia – che potrebbe essere solo la punta di un iceberg – è stata rivolta ad un uomo d’affari cinese, tale Lu Heng. L’uomo – di cui è stato detto che sarebbe al servizio del governo cinese, cosa evidentemente negata – dal 2013 al 2016 avrebbe ottenuto, in circostanze controverse, addirittura 6.2 milioni di indirizzi IP africani, pari al 5% del totale del continente. E più di quanto, per esempio, possegga il Kenya.150 milioni di euro ne è il valore stabilito.  

La denuncia è partita da Afrinic (African Network Information Centre), il registro Internet per l’Africa, con sede alle Mauritius. Ultimo nato dopo Arin (Nord America), Ripe Ncc (Europa), Apnic (Asia e Pacifico) e Lacnic (America Latina). I fornitori di servizi Internet a cui Afrinic assegna blocchi di indirizzi IP non li acquistano ma pagano quote associative per coprire i costi amministrativi intenzionalmente mantenuti bassi. Ciò ha lasciato molto spazio, tuttavia, ad azioni illecite.  

Uno spazio in cui si starebbero infilando con facilità persone come il businessman in questione che, per tutta risposta, ha presentato una controdenuncia nei confronti di Afrinic per diffamazione avanzando una pretesa di 80 milioni di dollari. Lu, attraverso dichiarazioni alla stampa, ha affermato di essere un uomo d’affari onesto che non ha infranto alcuna regola nell’ottenere i blocchi di indirizzi africani. Anzi, a suo dire, i cinque registri regionali non hanno alcun diritto di decidere dove vengono utilizzati gli indirizzi IP. Inoltre, ha detto: «Afrinic dovrebbe servire Internet, non l’Africa. Sono solo dei contabili».  

Una bella prova di arroganza ma anche un brutto colpo per chi – alla nascita di Afrinic – aveva cominciato a sperare in una maggiore equità globale della rete e aveva considerato Internet una maniera di espressione del progresso non solo delle società forti, potenti e occidentali. E così, l’appropriazione di indirizzi IP viene letta come l’ennesimo “furto” in terra d’Africa. Un’espropriazione che mette in moto giochi di forza e supremazie. Un vero e proprio attacco alla governance democratica e globale della rete.  

Ma ora Afrinic vuole rientrare in possesso degli indirizzi che ritiene siano stati impropriamente utilizzati e si sta battendo per il loro congelamento. La situazione comunque è molto controversa. Lu avrebbe dichiarato di aver detto al precedente Ceo di Afrinic – e mai nascosto il contrario – che i suoi clienti sarebbero stati in Cina e di aver chiarito di aver bisogno degli indirizzi per le reti private virtuali, note come VPN, per aggirare il firewall del governo cinese che blocca i siti web più popolari come Facebook e YouTube. Insomma, messa così Afrinic avrebbe contribuito alla libertà di espressione in Cina.  

Comunque un’inchiesta condotta da Associated Press ha permesso di stabilire che diversi indirizzi IP che l’uomo d’affari cinese ha ottenuto da Afrinic corrisponderebbero a siti pornografici e di gioco d’azzardo rivolti a un pubblico cinese. Va detto che questi siti sono vietati in Cina, ma rimane comunque possibile accedervi tramite VPN.

Lu si è difeso dicendo che tali siti costituiscono una parte minuscola dei siti web che utilizzano i suoi indirizzi IP e che la sua azienda ha politiche rigorose contro la pubblicazione di materiale illegale come la pornografia infantile e i contenuti relativi al terrorismo. Ha aggiunto che lui non può controllare il contenuto di milioni di siti web ospitati da coloro che affittano dalla sua azienda, ma tutte le denunce perseguibili di attività illegali vengono immediatamente inoltrate alle forze dell’ordine.  

In ogni caso sono in molti a credere che Lu sia solo una pedina manovrata da potenti e ricordano che alcuni dei principali clienti dell’affarista includono le società di telecomunicazioni statali cinesi China Telecom e China Mobile. Anche se lui continua a sostenere che si tratta semplicemente di “teorie cospirative”. A sua difesa ha anche sottolineato che altri registri regionali, tra cui Ripe in Europa e Arin, il registro nordamericano, assegnano regolarmente blocchi di indirizzi al di fuori delle loro regioni.

Potrebbe essere così, dicono gli esperti, ma l’Africa è un caso particolare perché è ancora un continente in via di sviluppo e vulnerabile allo sfruttamento. Va detto che lo statuto di Afrinic non vieta esplicitamente ad altri acquirenti geografici di ottenere spazi IP. Ma nel “saccheggio” degli indirizzi IP africani rientra anche il presunto furto di 4 milioni di indirizzi IP Afrinic per un valore di oltre 50 milioni di dollari, che ha coinvolto l’ex funzionario e numero due dell’organizzazione, Ernest Byaruhanga, licenziato nel dicembre 2019. Non è ancora chiaro se agisse da solo.  

Continuando a indagare si è scoperto che risulta poco chiara la proprietà di almeno 675mila indirizzi. Alcuni di questi sono controllati da un uomo d’affari israeliano. Anche lui ha citato in giudizio Afrinic, quando questa ha tentato di reclamarli. Da anni, il giornalista investigativo di Internet Ron Guilmette sta cercando di mappare gli indirizzi rubati (si parla di 1,2 milioni), come vengano utilizzati e chi ci sia dietro.  

Un intrigo che è peggio delle scatole cinesi. Intanto, va esplicitato un dato: all’Africa è stato assegnato solo il 3% degli indirizzi IP di prima generazione del mondo. E questa carenza si manifesta anche nel ritardo rispetto agli altri continenti nello sfruttare le risorse di Internet per aumentare gli standard di vita e migliorare la salute e l’istruzione. Comunque sia, ad Afrinic è stata offerta la disponibilità del fondo di mutua assistenza di oltre 2 milioni di dollari creato dai registri regionali. Questo per gestire tali liti, a cominciare da quella con Lu Heng, in sede legale.   

 

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