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Continua il business dei trafficanti
Italia-Libia: un anniversario da non festeggiare
Il 2 febbraio, sono 5 anni dalla firma del Memorandum che aveva lo scopo di fermare le partenze e le morti in mare. Obiettivi falliti: oltre 80mila i migranti intercettati nel Mediterraneo e più di 8mila quelli morti in mare. Gli appelli di Oxfam e di Amnesty affinché si revochi quell’accordo
31 Gennaio 2022
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
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Fayez al-Sarraj con Paolo Gentiloni il giorno della firma del Memorandum

Cinque anni. Per molti è un anniversario sciagurato quello che si festeggia domani. Il 2 febbraio 2017 è stato firmato, infatti, il Memorandum tra Italia e Libia, con l’obiettivo di fermare le partenze dei migranti e soprattutto le morti in mare. «Una giornata di svolta che autorizza speranza per il futuro della Libia», aveva dichiarato l’allora presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni dopo la firma con il collega libico Fayez al-Sarraj.

Un «risultato storico» che è fallito tuttavia nei risultati. Come ci ricorda un comunicato di Oxfam «in 5 anni oltre 80 mila migranti sono stati intercettati dalla guardia costiera libica. Oltre 20 mila quelli riportati in Libia, nel 2021, di cui semplicemente si sono perse le tracce. E per migliaia di loro il rischio è di finire in strutture “clandestine” in mano a trafficanti e gruppi armati locali che vivono dell’industria dei sequestri». In questi 5 anni, si evidenzia ancora nel comunicato di Oxfam, «più di 8 mila persone hanno perso la vita lungo la rotta del Mediterraneo centrale; 1.500 nel 2021». L’intesa tra Roma e Tripoli ha pure impedito alle associazioni umanitarie di prestare soccorso, mettendo ancora più a rischio la vita dei migranti.

Non solo: secondo i calcoli di Oxfam, è «costato ai contribuenti italiani – solamente per le missioni militari ad esso collegate – ben 962 milioni di euro (di cui 207,4 nel 2021)».

Oxfam rivolge un appello al Parlamento, alla vigilia dell’anniversario affinché ci sia un’immediata revoca di quegli accordi e il ripristino delle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, come da tempo in molti stanno auspicando.

Le responsabilità dell’Ue

E non solo Roma, ma anche Bruxelles deve cessare di collaborare al ritorno dei migranti e dei richiedenti asilo nell’inferno della Libia. È l’appello di Amnesty International che ricorda tutte quelle migliaia di persone andate incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali.

Secondo l’organizzazione a tutela dei diritti umani, l’attuale governo di unità nazionale libico «continua a favorire queste violenze e a rafforzare l’impunità. Ne è un esempio la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze».

Assistenza ai guardacoste

L’assistenza dell’Unione europea ai guardacoste libici è iniziata nel 2016, così come gli intercettamenti in mare. La cooperazione è poi aumentata considerevolmente con l’adozione del memorandum di 5 anni e con l’adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell’Ue a La Valletta, il 3 febbraio 2017.

Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione.

Gli accordi sono stati seguiti dall’istituzione della zona Sar libica, un’ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso. Queste azioni, in grandissima parte realizzate dall’Italia e finanziate dall’Unione europea, «hanno da allora consentito alle autorità libiche di riportare sulla terraferma persone intercettate in mare, nonostante sia illegale riportare persone in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani».

Le violenze ai richiedenti asilo

Tra i casi più recenti di violenze subite dai migranti, si possono ricordare gli avvenimenti del 10 gennaio scorso, quando milizie e forze di sicurezza hanno sparato contro i migranti e i rifugiati che erano accampati di fronte a un centro di assistenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, a Tripoli. Le centinaia di persone lì arrestate si trovano ora nel centro di detenzione di Ain Zara, nella capitale libica, in condizioni al limite della sopportazione.

I migranti e i rifugiati manifestavano fuori dal centro dall’ottobre 2021 per chiedere protezione, dopo un precedente raid delle milizie e delle forze di sicurezza al termine del quale migliaia di persone erano state arrestate e molte altre erano rimaste senza un alloggio.

Anche Amnesty International Italia sollecita il Governo «a sospendere e non rinnovare l’accordo» con Tripoli, «oltre che a chiedere al Parlamento di avviare le opportune iniziative nei confronti del governo».

L’organizzazione per i diritti umani ha anche pubblicato sul suo sito una petizione a sostegno dell’interruzione della cooperazione con la Libia.

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