Errore giudiziario

Medhanie Tesfamariam Berhe, in carcere dal 2016 con l’accusa di essere un pericoloso trafficante di uomini, è stato prosciolto venerdì dal tribunale di Palermo, giudice Alfredo Montalto, perché vittima di uno scambio di persona.

Il rifugiato eritreo in Sudan era stato arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, in un’operazione congiunta della polizia sudanese con quella italiana e inglese. L’arresto era stato presentato alla stampa come un’operazione di straordinaria importanza perché aveva assicurato alla giustizia il capo di una rete di trafficanti, Medhanie Yehdego Mered, conosciuto con il soprannome di “Il Generale”.

Era risultato subito chiaro che i due avevano in comune solo il nome di battesimo. Per la liberazione di Medhanie Tesfamariam Berhe si sono mobilitate decine di migliaia di persone in diversi paesi europei e sono state raccolte decine di migliaia di firme. Centinaia di testimoni hanno assicurato di non riconoscere nel giovane in carcere il pericoloso trafficante. Due test del DNA hanno escluso che si trattasse del Generale. Un servizio televisivo della rete svedese SVT, girato in collaborazione con The Guardian, già tempo fa aveva mostrato il vero trafficante condurre una vita agiata a Kampala, in Uganda, dove la sua occupazione principale era quella di passare da un nightclub all’altro. 

Ma ci sono voluti tre anni perché la giustizia italiana si decidesse ad ammettere l’evidenza. Tuttavia il procuratore generale di Palermo, Francesco Lo Voi, si è rifiutato ancora di riconoscere l’errore così come, del resto, la polizia criminale inglese.  

Evidentemente lo smacco, documentato anche nel rapporto di una delegazione del gruppo della sinistra al Parlamento europeo alla fine del 2016, era troppo grosso e il tentativo di salvare la faccia andava giocato fino in fondo.

Medhanie Tesfamariam Berhe, però, è stato accusato di colpe risibili, quali l’aver aiutato un fratello ad attraversare il Sudan, e condannato a 5 anni. Ma, avendone trascorsi già 3 in carcere, è stato rilasciato immediatamente.

Non potrà però chiedere nessun risarcimento per essere stato vittima di un errore giudiziario pervicacemente perseguito dalla giustizia italiana. Non è chiaro quale sarà il suo futuro. Potrebbe essere espulso verso l’Eritrea o il Sudan, paesi che per lui non sono sicuri, anche a causa della notorietà datagli dal caso giudiziario chiusosi, speriamo, lo scorso venerdì. (The Guardian)