Proposta di legge
Una legge del 1912, incentrata sul diritto di sangue, non consente a decine di migliaia i figli di immigrati di diventare cittadini italiani a tutti gli effetti. Ma c’è chi sta lavorando per modificare questa situazione.

Queenia Pereira de Oliveira è una ragazza di 23 anni: padre nigeriano, madre brasiliana. Vive in Italia da quando aveva 4 anni e 364 giorni. Ha compiuto tutto il percorso scolastico qui ed è ora iscritta all’Università della Sapienza di Roma dove studia scienze politiche. È a tutti gli effetti una ragazza integrata, ma non è italiana.

 

Spiega Queenia: «Mi considero una cittadina mancata. In tutta la mia vita sono stata all’estero due volte per tutti i problemi burocratici che conseguono. Da quando ho 5 anni ho convissuto con i permessi di soggiorno e le file interminabili. A 18 anni non ho potuto scegliere di prendermi un anno sabbatico: iscrivermi all’Università era l’unica opzione per rinnovare il mio permesso di soggiorno».

 

Questa è una delle testimonianze portate alla conferenza organizzata ieri, alla Camera dei deputati, da “Rete G2 Seconde Generazioni”, un’organizzazione di figli di immigrati e rifugiati nati e cresciuti (o solo cresciuti) in Italia, ma senza cittadinanza. Il tema centrale è stata la presentazione della proposta di legge Granata-Sarubbi (Fabio Granata, Pdl) e Andrea Sarubbi, Pd, primi firmatari della proposta) che intende modificare la legge 91 del 1992 sulla cittadinanza. A riguardo il deputato del Pdl Fabio Granata è molto chiaro: «Questa legge è un tassello di civiltà necessario per costruire una nuova Italia. È una proposta che si inscrive in una grande tradizione di accoglienza come è quella italiana. Non sarebbe pensabile una grande civiltà come la nostra senza il mix culturale che ha contraddistinto la nostra penisola fin dall’antichità».

 

Al 31 dicembre 2008, ci dice il dossier statistico immigrazione di Caritas-Migrantes, gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono oltre 4 milioni, circa il 6,5% della popolazione. Nello stesso anno, i nati da entrambi i genitori stranieri sono 72.472, cioè il 12,6% delle nascite registrate in Italia. Eppure la legislazione del nostro paese prevede la prevalenza della ius sanguinis che concede la cittadinanza diretta ai figli di genitori italiani. La legge 91 sulla cittadinanza  risale addirittura al 1912 ed ha acquisito la nuova nomenclatura in seguito all’ultima modifica. Si è poi spesso parlato di modificarla e superarla, ma i progetti sono sempre stati rimandati.

 

Ora i tempi sembrano finalmente maturi. Molto importante per la proposta è il fatto che i firmatari coprano quasi tutto l’arco parlamentare. Ci sono 20 deputati del Pd, 20 del Pdl, 5 dell’Udc e 5 dell’Idv. Ovviamente la Lega rimane contraria su tutta la linea, anche se, secondo chi propone le modifiche, ci sarebbe uno spiraglio. «Se la parte sul dimezzamento degli anni necessari per acquisire la cittadinanza (da 10 passerebbero a 5, ndr) –  spiega Granata – è particolarmente osteggiata da Lega e gran parte del Pdl, spiragli ci sono sull’introduzione dello ius soli temperato, cioè la possibilità per chi è nato in Italia di acquisire la cittadinanza italiana anche se i genitori sono stranieri: qui la Lega non potrà porre un veto determinante».

 

Oltre all’introduzione dello ius soli, quindi, la proposta Granata-Sarubbi intende ridurre gli anni necessari per ottenere la cittadinanza da 10 a 5. A fronte di questa diminuzione verranno richiesti nuovi requisiti che non siano solo quantitativi a chi chiede la cittadinanza: bisognerà verificare la residenza e la reale integrazione linguistica e sociale dello straniero con un test sulla cultura italiana. Inoltre sarà necessario prestare giuramento sulla Costituzione.

 

«Questo testo di legge – spiega Lucia Ghebreghiorges, rappresentante di G2 – accoglie molte delle nostre richieste. Noi ci accontentiamo: l’importante però è che passi in tempi brevi». Queenia, in poche parole, riassume il sentimento di tutti i ragazzi che come lei vivono da italiani senza esserlo: «Si parla di precarietà del lavoro, ma per noi figli di immigrati viene ancor prima la precarietà dei diritti».