Rd Congo / Reazione da regime
Non è piaciuto al presidente che ha manifestare contro la sua volontà di restare al potere per un terzo mandato siano arrivati anche dal Senegal e dal Burkina Faso. Così ha risposto con la repressione, che si abbattuta anche sui giornalisti e su un funzionario dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo.

Di recente si è assistito a Kinshasa a un avvenimento piuttosto fuori dell’ordinario. Il 15 marzo sono stati arrestati una trentina di attivisti che tentavano di mobilitare la gioventù contro il progetto del presidente Joseph Kabila di candidarsi per un terzo mandato presidenziale (il 16 novembre 2016 termina il suo secondo mandato e la Costituzione non prevede tre mandati consecutivi).

Tra gli arrestati ci sono militanti congolesi ma anche dirigenti senegalesi del movimento “y’en a marre” (siamo stufi) Fadel Barro (a destra, nella foto) e Aliou Sané, che hanno contrastato in Senegal il terzo mandato del presidente Abdoulaye Wade. Con loro è finito in cella anche il musicista rap “fou malade” (matto malato).

Questi attivisti hanno voluto esprimere la loro solidarietà e condividere le loro esperienze con i militanti congolesi. E in piazza si sono trovati a fianco dei leader del movimento burkinabè che si sono opposti al piano del presidente Blaise Compaoré di modificare la Costituzione sempre per poter accedere al terzo mandato.

Anche i giornalisti hanno avuto qualche problema. Sono stati fermati e trattenuti nella sede della polizia politica cronisti dell’Agence France Presse, della tivù belga Rtbf e della Bbc; in stato di fermo anche Kevin Sturr, responsabile per i diritti umani di Usaid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale). La maggior parte sono stati rilasciati il giorno stesso, il 15 marzo. Ma non tutti. I militanti delle organizzazioni congolesi “Lucha” (lotta) e “Filimbi” (colui che dà l’allarme), con sede a Goma (Nord Kivu) sono rimasti dietro le sbarre più a lungo.

In definitiva la vicenda ha preso soprattutto la piega di un incidente diplomatico per la presenza di Sturr alle riunioni dei militanti africani che si battono per i diritti umani. E a fine marzo, l’ambasciatore Usa a Kinshasa, Tulinabo Salama Mushingi, di origine congolese, è stato accusato dal consigliere diplomatico di Kabila, Séraphin Ngwej, di cercare di destabilizzare l’Rd Congo.

Secondo il portavoce del governo di Kinshasa, Lambert Mendé, i militanti africani arrestati sarebbero in realtà arrivati nella capitale congolese per insegnare ai giovani di Kinshasa come affrontare le forze dell’ordine e mettere fine al regime senza attendere il voto del 2016.

Nei palazzi del potere si sospetta che Mushingi abbia «pianificato e finanziato» il trasferimento e il soggiorno a Kinshasa degli attivisti senegalesi e burkinabè. Ma alla fine dei conti sono soprattutto gli attivisti stranieri ad aver imparato a proprie spese a quale punto di brutalità possono arrivare la polizia e i servizi di sicurezza congolesi, come testimonia il corrispondente della Rtbf, Aurélie Fontaine. E tornati ai loro paesi, hanno descritto l’Rd Congo come una dittatura.