Tutto comincia prima dell’indipendenza, ma la storia è talmente lunga che non basterebbe un libro per parlare di Kaunda. Il 24 ottobre del 1964 il Nord Rhodesia ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna e Kenneth Kaunda diventa il primo presidente dello Zambia. Era allora il leader dello Upnd (United national independence party).

Kaunda si è sempre opposto alla violenza, anche se i posti di potere devono fare i conti con questo mostro. Il simbolo di pace che portava sempre addosso, era un fazzoletto bianco. Lo aveva sempre con sé. Un suo tratto caratteristico, un’immagine iconica, che resterà scolpita nei libri di storia.

Il suo concetto di liberazione si opponeva alla violenza, anche se approvò la guerriglia dei freedom fighters e sostenne attivamente le rivolte di liberazione delle due Rhodesie, del Sudafrica, del Mozambico e dell’Angola.

Si schierò sempre dalla parte dei liberatori del suo continente. In Sudafrica appoggiò la lotta contro il regime dell’apartheid, e in altri paesi supportò la lotta di liberazione dai colonizzatori. Lo Zambia pagò un duro prezzo per l’impegno anticolonialista di Kaunda, subendo svariati attentati terroristici, soprattutto a Lusaka, la capitale.

Nel paese di KK, così lo chiama la gente, trovarono rifugio tantissimi freedom fighters, tra i quali Thabo Mbeki, politico, attivista antiapartheid e ricercato dal regime segregazionista sudafricano e Robert Mugabe, che diventò poi presidente dello Zimbabwe, ma che a quel tempo era alla macchia per il suo impegno contro il potere dei colonizzatori.  

Lo Zambia, sotto la guida di Kaunda, visse momenti contrastanti, dall’euforia dell’indipendenza ai problemi di gestione della cosa pubblica, la corruzione e la grande recessione economica dovuta al crollo del prezzo del rame, sul quale si basava l’economia del paese. L’economia era anche avvelenata dal duro embargo a cui il paese era sottoposto, e anche aggravata da qualche scelta discutibile presa dal padre della patria, come quella del 1972 in cui mise al bando tutti i partiti d’opposizione, aprendo la stagione del partito unico.

Questa mossa compromise la sua immagine di uomo democratico e promotore della libertà, creando malcontento nel paese che, a partire dagli anni Ottanta, fu teatro di forti proteste contro il governo, accentuate da una pesante inflazione e un’estrema povertà. Il popolo non stava bene, e questa è la verità. L’era Kaunda sopravvisse anche a due tentativi di colpi di Stato.

Nel 1990 Kaunda decise di rimuovere il veto sui partiti politici, cedendo alle forti pressioni sia a livello nazionale che internazionale. In via del tutto eccezionale, furono indette le elezioni il 31 ottobre del 1991, due anni prima del termine previsto, elezioni che perse, lasciando il posto, dopo 27 anni di governo, a Frederick Chiluba, leader del Mmd (Movement for multi-party democracy). La lunga permanenza al potere, è un altro punto critico della vita politica di KK, morto a poche settimane dalle elezioni generali del 12 agosto in Zambia.

Kaunda però restava una figura influente e scomoda nel panorama politico zambiano, così da attirarsi i sospetti e le ire di molti. Passò da eroe a nemico del Paese, così Chiluba lo fece arrestare con l’accusa di alto tradimento allo Stato, cosa che durò poco, perché la figura di Kaunda oltrepassava le ombre della sua leadership.

Chiluba si trovò schiacciato dal peso del carisma di Kaunda tanto che, dopo forti pressioni a livello internazionale, il governo dovette arrendersi e far cadere le accuse.

Kaunda era libero, senza ruoli politici, ma restò per tutti il padre della patria, una leggenda vivente che contribuì enormemente al processo di decolonizzazione della regione sud del continente africano, così come ha tenuto unito il suo popolo combattendo la frammentazione tribale, la divisione sociale e culturale, sotto il motto: “One Zambia, one nation”, ovvero un’unica nazione, unita sotto la bandiera dello Zambia, abbracciando i valori della pace tra le diverse etnie, colori e nazionalità.   

“Alcune persone tracciano una confortante distinzione tra forza e violenza.
Mi rifiuto di offuscare la questione con un simile gioco di parole.
Il potere che fonda uno Stato è la violenza;
il potere che lo sostiene è la violenza;
il potere che alla fine lo rovescia è la violenza.
Chiama un elefante coniglio solo se ti dà conforto sentire
che stai per essere calpestato a morte da un coniglio”. (Kenneth Kaunda)

Il socialismo africano

La caratteristica fondamentale della figura di Kaunda, a dispetto di molti altri politici, anche contemporanei, era quella di avere un pensiero filosofico e politico ben definito, che abbracciava, da una parte il socialismo sovietico, dall’altra un aspetto più appartenente alla cultura “africana” ovvero una particolare attenzione all’essere umano, alla persona, come centro di tutto, a cui Kaunda diede il nome di umanesimo.

Questo mix di approcci era alla base del socialismo africano di Kenneth Kaunda, pensiero che cercò di spiegare anche attraverso i libri. A livello economico non ebbe fortuna, il paese finì in un baratro di povertà senza precedenti, e questo fa parte degli errori di questa figura.

Scrisse molti libri, e molti ne scriveranno ora che è scomparso l’ultimo gigante d’Africa. Un pensiero che si esprimeva anche attraverso l’arte, la musica e la danza. Persona di un carisma e di un’intelligenza tale che lo ha portato ad interfacciarsi con i grandi della storia africana e afroamericana, come Nelson Mandela, Steve Biko, Martin Luther King, Malcom X e altri, con alcune amicizie che lo hanno messo in cattiva luce agli occhi dell’occidente, come Gheddafi, Saddam Hussein, Tito, Fidel Castro e altri ancora.

Come tutti i veri rivoluzionari, Kaunda aveva un pensiero politico e una sua idea dell’uomo che guidavano le sue scelte. Un uomo politico che amò il suo popolo, anche quando politicamente sbagliò, ma riguardo alle sue ombre politiche, vale quanto detto da Fidel Castro di sé: «Condannatemi, non importa! La storia mi assolverà». Credo che in parte lo abbia già fatto. 

“Madiba, grande figlio di questo mondo, ci ha insegnato la strada.
Che siate bianchi, neri, gialli o marroni, siete tutti figli di Dio.
Unitevi, lavorate insieme e Dio vi mostrerà la via”. (Kenneth Kaunda)

Il racconto di Chipego

Chipego ha lavorato come guardia del corpo di Kaunda per undici anni e, in un cortile di Bauleni, ha raccontato un aneddoto che ha vissuto con KK. Una storia in grado di descrive meglio di altre analisi politiche, il calibro e il carisma di un vero leader.

“Era il 21 novembre del 1987 e ci trovavamo in Russia per una visita di Stato di quattro giorni. Faceva un freddo terribile. Kaunda aveva incontrato l’allora presidente Gorbaciov e, subito dopo, il 25 novembre, salimmo sull’Aircraft 707 della Zambian Airways, direzione Romania, per un’altra visita di Stato, dove lo attendeva il presidente Nicolae Ceausescu.

Quel giorno a Bucarest il tempo era bruttissimo. Neve sulla pista e una forte nebbia, tanto che il pilota, un capitano etiopico di nome Fonseca, tentò due volte di atterrare senza successo. Al terzo tentativo, l’aereo urtò a terra e colpì il quarto motore di destra, distruggendolo. Subito il pilota fece una brusca risalita, quasi di novanta gradi, per evitare di impattare contro gli edifici vicino all’aeroporto.

Si sentì un rumore forte, un botto sordo e subito dopo un tremendo odore di carburante. Scoppiò il panico sull’aereo che trasportava un centinaio di persone, tutti della delegazione dello Zambia. C’era chi pregava, chi piangeva, ci urlava, chi strappava fuori dalle tasche rosari e immaginette di ogni tipo, mentre fuori, il motore penzolava mostrando fili elettrici come nervi scoperti.

Ad un certo punto si alzò Kaunda e passeggiando nel corridoio dell’aereo gridò due volte: “One Zambia one nation”, per poi cominciare a intonare un inno da lui scritto e molto noto in Zambia: “Tyende pamozi ndi m’tima umodzi” (Andiamo avanti insieme con un solo cuore). La cantò tutta, in mezzo al panico che via via si calmava, come l’andamento dell’Aircraft che poco a poco andava stabilizzandosi. Prese poi la parola per confortarci.

Disse, con la calma di un genitore che rassicura il suo bambino, «Per favore, niente panico, calmatevi, il capitano ci porterà in Bulgaria, dove atterreremo fra quaranta minuti. Arriveremo a Sofia sani e salvi se Dio vuole, e io credo che Dio lo voglia». Calò il silenzio e la calma sulle teste e nei cuori di cento persone. Rischiammo la vita, e lo sapeva bene anche lui, ma mostrò tutto lo spessore e il coraggio di un leader, calmando chi ormai credeva di morire.

Il leader ha parlato e noi, la sua gente, lo abbiamo seguito anche in quell’occasione. Il padre ha parlato e il bimbo si è calmato. Kaunda era un padre, questa è l’unica parola che ho per descriverlo… un padre”.  

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