Il presidente della Conferenza episcopale dello Zambia, Monsignor George Cosmas Zumaire Lungu (Vatican News)

Il 12 agosto il popolo zambiano è chiamato alle urne per rinnovare il presidente e i membri del parlamento. Deciderà, insomma, se cambiare rotta o proseguire su questa strada.

Quello passato è stato un anno intenso, caratterizzato dalla pandemia, ma anche da toni politici alti, da processi, arresti, proteste e anche uccisioni. Anno in cui la violenza politica è entrata nel curriculum dei sostenitori di partito, di qualsiasi fazione si tratti.

In realtà, la campagna elettorale è iniziata molto prima del termine consentito. Con battibecchi sempre più accesi tra il partito al governo, il Fronte patriotico (Patriotic front – Pf), guidato dal presidente Edgar Chagwa Lungu – che cerca la rielezione per un secondo mandato di cinque anni – e le varie opposizioni, tra le quali il maggiore antagonista, il Partito unito per lo sviluppo nazionale (United party for national development – Upnd), capitanato da Hakainde Hichilema.

Tra scandali e inchieste della magistratura, traffico illegale di legname, appalti assegnati con criteri sconosciuti, assegnazione di nuove concessioni minerarie a compagnie straniere, accuse di corruzione e gestione poco trasparenti dei fondi dello stato, il popolo ha l’arduo compito di votare.

Grave crisi economica

Il paese inoltre, sta attraversando una tra le più importanti crisi economiche della sua storia. Il secondo più grande produttore di rame dell’Africa lo scorso anno è diventato il primo paese africano dell’era pandemica non in grado di ripagare il debito estero.

La valuta locale ha perso drasticamente valore e il dollaro è ormai alle stelle. Basti pensare che negli ultimi cinque anni il kwacha è passato da un tasso di cambio che vedeva 1 dollaro valere 8 kwacha, ad uno, quello odierno, dove 1 dollaro ne vale 22.

Questo ha portato ad un aumento dell’inflazione. Il costo della vita è triplicato, mentre gli stipendi sono rimasti immutati, cosa che ha aggravato il livello di povertà in tutto il paese. Anche la disoccupazione è altissima e l’accesso ai servizi – ospedali e scuole – si riduce mese dopo mese. Ѐ in questo scenario difficile, frutto di un insieme di fattori politici, economici e sociali, aggravati dalla pandemia, che si terranno le elezioni.

Il monito dei vescovi

Lo Zambia è uno dei pochi paesi africani che si è sempre caratterizzato per le sue elezioni pacifiche, primato che rischia seriamente di perdere.

Il clima politico, infatti, si è inasprito visibilmente, con un aumento della violenza verbale e non solo. Già in occasione delle elezioni del 2016, nel paese si erano verificati disordini, soprattutto a Lusaka, la capitale.

Una preoccupazione che avvertono anche i leader religiosi, dall’emerito arcivescovo di Lusaka, Telesphore George Mpundu, al vescovo di Chipata, George Cosmas Zumaire Lungu, a tutta la Conferenza episcopale (Zambian conference of catholic bishops – Zccb) che sotto l’egida dell’Assemblea nazionale delle chiese cristiane in Zambia (National assembly christian church – Nacc) hanno lanciato un appello alla pace, alla tolleranza e a cessare immediatamente le violenze in atto.

È una chiamata urgente, che va oltre le proprie convinzioni e appartenenze politiche, rivolta in primis i leader politici perché adottino un linguaggio e ad un approccio pacifico e tollerante, per il bene di tutto il paese.

Tra le preoccupazioni, c’è anche quella di assicurare che le elezioni si possano svolgere senza brogli, in modo pulito e trasparente, rispettando il volere del popolo.

Il fondo della discordia

Al centro delle tensioni tra politica e Chiesa cattolica c’è il Church empowerment fund, una sorta di contributo governativo alle chiese per far fronte alle difficoltà che la pandemia si è portata dietro.

Questo contributo è visto con diffidenza, specialmente dalla Conferenza episcopale zambiana (Zzbc), che ha subito preso una posizione chiara e netta, rifiutando il denaro e invitando tutte le chiese delle diocesi zambiane a fare altrettanto, non solo con questo fondo, ma anche qualsiasi altra donazione da parte di rappresentanti politici. Questo, a detta del presidente della Zzbc e vescovo di Chipata, Monsignor George Cosmas Zumaire Lungu, per non limitare la libertà della Chiesa e compromettere la sua “voce profetica” nella missione di promuovere verità e giustizia.

Le donazioni, di qualsiasi genere siano, fatte in questo periodo, potrebbero infatti influenzare gli elettori, e rappresentare una vera e propria azione sistematica di campagna elettorale.

Il vescovo di Chipata poi, ha rincarato la dose, suggerendo al governo di utilizzare questi fondi per pagare una categoria di dipendenti governativi che da circa nove mesi non percepisce lo stipendio, o investirli per rafforzare il sevizio sanitario, assumendo le migliaia di dottori e infermieri disoccupati, oppure dirottarli nel sistema educativo.

Una posizione alla quale ha replicato il presidente Lungu in un articolo, uscito il 14 marzo sul quotidiano Daily Mail, nel quale chiede un confronto diretto con il vescovo di Chipata, ribadendo che il contributo non ha nulla a che vedere con la campagna elettorale del partito al governo e che non compromette in nessun modo la libera espressione di voto dei cittadini dello Zambia.

La posizione “profetica” della Zccb, di non accettare fondi e donazioni però, non è stata condivisa da tutti. L’arcivescovo di Lusaka, l’arcidiocesi più facoltosa e importante dello Zambia, Alik Banda, ha invece suggerito ai preti della sua diocesi di sentirsi liberi di accettare o rifiutare donazioni da partiti politici. Non solo. Il vescovo di Lusaka si è detto sorpreso dalla posizione dei suoi colleghi e confratelli, che “sostengono che il governo non debba aiutare i più vulnerabili, solo perché è periodo di elezioni”.

Una posizione, questa, condivisa anche da altri religiosi e preti della sua diocesi, come Abel Kaela, segretario generale del Consiglio dei vescovi dello Zambia (Bishops council of Zambia – BcZ).  

Molte speculazioni sono state fatte a riguardo, anche sulle possibili personali convinzioni e appartenenze politiche dei vescovi protagonisti di questa storia. Sta di fatto che la vicenda evidenzia una crepa nell’auspicabile unità della Chiesa cattolica, davanti a certi temi che riguardano il bene del popolo. Molti sono preoccupati nel vedere una così netta divisione proprio all’interno della Conferenza episcopale zambiana che avrebbe dovuto invece parlare all’unisono.

A smorzare i toni è intervenuto il Nunzio Apostolico in Zambia, Gianfranco Gallone, che in occasione della visita alla State House con il presidente Lungu, il 14 marzo scorso, ha ribadito gli eccellenti e cordiali rapporti tra il governo zambiano e la Chiesa cattolica, auspicando che possano continuare in questi termini anche in futuro.

Parole da diplomatico che possono accontentare i politici, ma che non sanano la preoccupante frattura tra i vescovi del paese, e che non nascondono le crepe che il vino nuovo ha creato su un otre ormai vecchia.