Giustizia, politica e impunità
La Corte penale internazionale (Cpi) è chiamata a decidere, probabilmente entro la fine di febbraio, se continuare o meno la propria inchiesta sulle violenze post-elettorali del 2008. Faccenda delicata per Nairobi e per la stessa Corte.

Tra qualche settimana la Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia deciderà se il procuratore Luis Moreno-Ocampo può andare avanti con l’inchiesta sulle violenze post-elettorali avvenute in Kenya nel primi mesi del 2008, in seguito ai risultati delle elezioni del dicembre 2007. Una situazione per molti versi nuova, per la Corte, anche se tutti i casi trattati finora hanno riguardato conflitti africani. Per la prima volta infatti la decisione di procedere non avviene in base alla richiesta di uno stato o del Consiglio di sicurezza dell’Onu – e quindi con un forte avvallo a livello internazionale – ma su iniziativa della procura.

 

Un passo in un terreno minato, per la Cpi. I personaggi che, si dice, potrebbero finire davanti ai giudici dell’Aia sono potenti politici kenyani in carica. Politici che nel caos post-elettorale hanno gettato sul fuoco della rabbia popolare la benzina dell’appartenenza etnica. In questa situazione, il governo di Nairobi potrebbe facilmente sbattere la porta in faccia alla Corte. Con gravi danni alla credibilità e legittimità dell’istituzione. 

 

Per questo i giudici della fase preliminare hanno deciso di usare per la prima volta uno strumento che è previsto dal trattato istitutivo, il confronto con le vittime, e hanno mandato una delle unità operative della Cpi (fuori dal linguaggio burocratico, una sorta di gruppo investigativo) a verificare il sentimento popolare. Ovvero: i kenyani come chiedono che sia fatta giustizia? E da chi?