Lutto nazionale
Si è spento alla veneranda età di 95 anni Daniel arap Moi, il controverso secondo presidente che ha tenuto in pugno il paese per ventiquattro anni e che anche in seguito ha continuato a mantenere una forte influenza nelle vicende politiche del Kenya.

E’ morto la notte del 4 febbraio all’ospedale di Nairobi Daniel arap Moi, il secondo presidente del Kenya. Aveva 95 anni. Le sue condizioni di salute si erano aggravate nel corso degli ultimi mesi, durante i quali era stato più volte ricoverato. Dal 2002 si era ritirato dalla vita politica ma continuava ad avere una grande influenza nel paese.

Il presidente Uhuru Kenyatta ha proclamato il lutto nazionale fino al giorno del suo funerale.

Daniel arap Moi, nato nel 1924 nella contea di Baringo, faceva parte di un piccolo gruppo etnico, i tugen, della famiglia dei kalenjin.

Entra in politica nel 1955, quando diventa membro del Consiglio legislativo della Rift Valley. Nel 1960 fonda il KADU (Kenya African Democratic Union) che supportava una governance federale del paese, antagonista al partito di Jomo Kenyatta, il KANU (Kenya African National Union) che aveva invece una visione centralista.

Svanita la speranza di un ordinamento federale, dopo l’indipenza raggiunta il 12 dicembre 1963 e l’elezione di Kenyatta a primo presidente, il KADU confluisce nel KANU, dando di fatto inizio ad un regime monopartitico nel paese. Moi viene nominato prima ministro dell’Interno (1964) e poi, nel 1967, vicepresidente. Alla morte di Jomo Kenyatta, il 22 agosto 1978, diventa automaticamente presidente, nonostante la resistenza di diversi uomini di potere vicini a Kenyatta. Rimarrà in carica fino al 2002.

Nel 1982 reprime nel sangue un tentativo di colpo di stato organizzato da oppositori, con la partecipazione di ufficiali superiori dell’aeronautica militare. Le vittime accertate furono 159. Moi approfitta della crisi per consolidare il proprio potere. Tra l’altro, emenda la Costituzione per dare veste legale al monopartitismo, comunque da sempre in atto nel paese.

In quegli anni, in piena guerra fredda, Moi si pone come baluardo regionale delle democrazie occidentali contro le influenze socialiste e comuniste di Tanzania, Etiopia e Somalia. Per questo, del suo governo viene valorizzata la stabilità, supportata con consistenti e costanti aiuti internazionali.

Si chiudono gli occhi, invece, sui numerosi aspetti problematici e in particolare sulla dura repressione dell’opposizione e sull’uso frequente di tortura e sparizioni forzate. E anche sulle accuse di aver messo da parte durante il suo “regno”, qualcosa come un miliardo di dollari di soldi pubblici e di sottrazione di terre ancestrali.

Con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, gli stessi padrini occidentali di Moi premono perché nel paese si ristabiliscano le regole democratiche e in particolare si metta fine al regime del partito unico e si indicano elezioni.

Moi vince le elezioni sia nel 1992 che nel 1997. Entrambi i turni elettorali sono caratterizzati da duri confronti, soprattutto tra i diversi gruppi etnici, e da numerosi omicidi politici. Nel 2002, nonostate alcuni suoi sostenitori proponessero di cambiare la Costituzione perché potesse presentarsi per un terzo mandato, preferisce ritirarsi a vita privata, indicando l’attuale presidente Uhuru Kenyatta, figlio di Jomo, come suo successore. I kenyani eleggono però Mwai Kibaki che era stato suo vicepresidente dal 1978 al 1988.

Moi è sicuramente una figura controversa ma di grande rilevanza nella storia contemporanea del Kenya. Per molti anni ha tenuto in pugno il paese con politiche populiste e repressive, e ha goduto di un notevole supporto popolare.

La sua eredità politica è da tempo passata al figlio, Gideon Moi, senatore della contea di Baringo dal 2013 e presidente del KANU, ora uno dei molti partiti della scena politica kenyana.