Referendum sulla Costituzione
I primi risultati diffusi dalla Commissione elettorale del Kenya confermano, in sostanza, i sondaggi della vigilia sull’esito del referendum del 4 agosto: la nuova Carta Costituzionale sarà probabilmente approvata con i due terzi dei voti.

I risultati, anche se ancora provvisori, parlano chiaro. Nella metà dei 210 collegi elettorali del paese scrutinati, il 67% dei keniani ha detto “si” alla nuova Costituzione. I dati si riferiscono a circa 7 milioni e 400 mila schede scrutinate. Il “sì” supera i 5 milioni voti, contro 2 milioni e 230 mila per il “no”. Numeri che rendono estremamente improbabile una vittoria dei negazionisti. Per essere approvata, infatti, la legge deve ottenere il 50% più uno dei consensi a livello nazionale e almeno il 25 per cento dei voti in cinque delle otto province del Kenya dove, al momento, il  fronte del ‘no’ non è arrivato a coprire nemmeno un quarto dei voti.

 

Sempre stando ai dati parziali della Commissione elettorale, l’affluenza alle urne è alta, circa il 70% dei 12 milioni e mezzo degli aventi diritto, il ché evidenzia una marcata volontà dei keniani di partecipare in prima persona ad una scelta storica per il paese com’è, appunto, l’adozione della prima Costituzione libera da legami post-coloniali. Una nuova base normativa considerata importante per evitare il ripetersi delle violenze post-elettorali che all’inizio del 2008 provocarono la morte di 1.300 persone e migliaia di sfollati, in vista delle elezioni del 2012.

 

Una vittoria politica per il presidente Mwai Kibaki e per il suo ex oppositore, primo ministro Raila Odinga, sostenitori del ‘si’, e una sconfitta per il ministro dell’Istruzione William Ruto e l’ex presidente daniel Arap Moi, schierati sul fronte opposto assieme alla Conferenza episcopale del Kenya, al Consiglio nazionale delle Chiese e alle Chiese anglicane, metodiste e riformate che denunciano “paragrafi cattivi che non salvaguardano la sacralità della vita umana, non garantiscono l’uguaglianza religiosa, incidendo sulla vita morale e sui diritti”.

 

Ma i leader cristiani pongono anche una serie di interrogativi sulla “pressante interferenza straniera a favore dell’adozione del testo” che, dicono, se fosse davvero buono non avrebbe diviso così profondamente in due il paese, creando un clima di allarmante tensione politica e sociale.

 

La nuova Costituzione introduce significativi cambiamenti: definisce meglio i poteri del presidente, crea un secondo ramo del Parlamento, un Senato con poteri di controllo e coordinamento, ma minori rispetto a quelli della Camera, stabilisce il passaggio di diverse competenze dallo stato alle regioni.
Tra i punti controversi ci sono invece una clausola considerata propedeutica alla legalizzazione dell’aborto, e un’altra che riconosce le corti di giustizia civile musulmane. A creare ulteriori divisioni è anche la riforma agraria e la norma che dà mandato al Parlamento per definire estensioni minime e massime degli appezzamenti di terra privati.