Sembra non l’abbia mai lasciata la Nigeria dove è nata e da dove è partita all’età di 10 anni per trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti. Chinelo Okparanta, classe 1981, nella collezione dei suoi racconti La felicità è come l’acqua, dimostra infatti di conoscere bene dei luoghi dove è nata costumi, tradizioni e mentalità della gente. Ma nei suoi racconti narra storie di vita anche degli immigrati nigeriani negli Usa.

Con coraggio svela tabù, pregiudizi e vizi, tanto quelli radicati in una cultura ancestrale quanto quelli acquisiti nel nostro tempo. La malattia, colpa della maledizione dell’uccello nero che vola sopra il compound dell’università; la donna senza figli che accetta di sottoporsi alle cure della fattucchiera per evitare di essere ripudiata dal marito ed essere etichettata come “botte vuota”; la relazione sentimentale di una docente universitaria, divorziata e madre di un figlio, che si innamora della sua studentessa.

Ma anche la caccia alle creme schiarenti e rischiose che le ragazze utilizzano per assomigliare alle modelle bianche di Cosmopolitan o le lusinghe della ricchezza materiale assunta a nuovo idolo che arriva a compromettere la relazione del matrimonio. Nell’ultimo racconto del libro, forse il più intenso ed elaborato, Okparanta padroneggia con particolare finezza il tema dell’autoritarismo nella famiglia patriarcale.

Dove all’uomo è permesso usare violenza nei confronti della moglie che a sua volta con violenza più subdola, psicologica, obbliga la figlia a sottomettersi ai voleri del padre-padrone.