Intervista al viceministro Calenda
Il racconto della trattativa della delegazione italiana con il leader della Renamo Dhlakama su mandato del presidente Guebuza. Le garanzie chieste al governo di Roma. Le telefonate di Renzi. I timori che l’accordo del cessate il fuoco, firmato venerdì dai due leader, possa saltare dopo il voto del 15 ottobre. L’Italia nuovamente al centro della politica di Maputo.

È sceso per promuovere le aziende italiane in Mozambico. Ha finito per vestire i panni del mediatore tra i due acerrimi rivali, il presidente del paese Armando Guebuza e lo storico oppositore Afonso Dhlakama.

Carlo Calenda, vice-ministro italiano per lo sviluppo economico, per la prima volta racconta nei dettagli l’operazione di cui è stato protagonista – assieme a mons. Matteo Zuppi della Comunità di Sant’Egidio e all’ambasciatore italiano in Mozambico Roberto Vellano – e  che ha portato dopo 5 anni Dhlakama a Maputo. Il 61enne leader della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana) dall’ottobre del 2012 viveva nella foresta/parco di Gorongosa, nel cuore del paese, dove ha sede lo stato maggiore del partito degli ex guerriglieri. L’anno scorso la provincia centrale di Sofala era stata teatro del riaccendersi della violenza tra la Renamo e Maputo, da sempre governata dai nemici della Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico). Giorni di tensione che avevano incrinato quell’Accordo pace firmato del 1992 che mise fine a una guerra fratricida durata 17 anni.

«Oggi (lunedì 8 settembre, ndr) gli accordi di cessate il fuoco, firmati il 24 agosto dalle due parti, sono stati ratificati in parlamento. Era la condizione posta da Dhlakama per firmare, a sua volta, il documento di riconciliazione. Firma avvenuta venerdì scorso. Ora si può dire che il processo è concluso».

Lo dice con un po’ di soddisfazione Calenda. Dhlakama, infatti, per scendere a Maputo nella tana del lupo si era fidato della sua parola e delle promesse del governo italiano. Il 30 agosto la delegazione italiana – accompagnata da Yvonne, nipote del leader della Renamo, nonché lei stessa parlamentare  –  era salita avventurosamente fino al rifugio di Dhlakama, portando il calumet della pace e le condizioni di Guebuza.

E siete stati, evidentemente convincenti. Ma facciamo un passo indietro: perché Guebuza ha incaricato voi per questa missione?

Tutto nasce l’ultimo giorno della Fiera di Maputo, la Facim. Siamo riusciti a portare 85 imprese italiane, la presenza straniera più numerosa. Più anche dei portoghesi. Avevo vinto la scommessa fatta con Guebuza. Così sono salito al palazzo presidenziale per salutarlo e per ricordarglielo. E lui, inaspettatamente, ha iniziato a parlarmi del problema che lo stava assillando maggiormente: il 31 agosto iniziava la campagna elettorale per le “presidenziali” del 15 ottobre e Dhlakama non aveva alcuna voglia di scendere nella capitale per siglare l’atto del cessate il fuoco, già sottoscritto dalle parti. Il leader della Renamo poneva due condizioni: voleva che prima della sua firma ci fosse un passaggio parlamentare e che qualche potenza straniera gli garantisse un arrivo senza pericoli nella capitale. E se quest’ultimo aspetto è stato accolto senza problemi dal presidente mozambicano, sul primo, invece, aveva posto un secco rifiuto. Per Guebuza, come accaduto per gli accordi del 1992, prima ci doveva essere una presa di posizione pubblica di  Dhlakama e poi il passaggio parlamentare. Si erano sentiti telefonicamente anche in quei giorni. Ma rimanevano su posizioni distanti. Così Guebuza mi ha chiesto, come rappresentante del governo italiano, se potevo fare qualcosa.

Ha accettato subito l’incarico?

Gli ho detto che ci avrei pensato. Poi scendendo le scale del palazzo presidenziale ho telefonato a don Matteo Zuppi, di Sant’Egidio e tra gli artefici della pace del 1992. Lui conosce molto bene il leader della Renamo. Gli ho chiesto se era un’operazione fattibile. Mi ha risposto positivamente. C’era poi un altro fattore che andava in quella direzione.

Quale?

Quando il presidente del Consiglio Matteo Renzi è arrivato in Mozambico per il suo tour africano, non ha incontrato solo i rappresentanti istituzionali del paese, ma ha telefonato anche a Dhlakama. Che aveva apprezzato. Abbiamo quindi deciso che si poteva tentare, anche se nessun membro di un governo straniero si era mai addentrato a Gorongosa per incontrare il capo dell’opposizione. Dopo aver richiesto e ottenuto il semaforo verde da Palazzo Chigi, abbiamo avvertito un felice Guebuza. Il 29 agosto siamo partiti in aereo –  con noi c’era anche l’ambasciatore Vellano e la nipote di Dhlakama –  per Chimoio, relativamente vicino al parco. Abbiamo pernottato lì e il mattino successivo siamo partiti in jeep.

Eravate scortati?

No. Il governo del Mozambico all’inizio aveva fortemente insistito affinché l’avessimo. Ma abbiamo deciso che era meglio di no. Era più prudente e giusto viaggiare senza. Anche perché la Renamo non avrebbe mai accettato una presenza di militari governativi nelle loro zone. Arrivati all’ingresso di Gorongosa sono arrivati 5 miliziani della Renamo che ci hanno accompagnato in moto al villaggio (erano due capanne) dove ci attendeva Dhlakama.

È stata una trattativa facile?

Non molto. È durata 4 ore. All’inizio poneva molte resistenze. Alla fine si è fatto convincere. Voleva che il governo italiano garantisse sull’intera operazione. E che la comunità internazionale si facesse carico della sua incolumità a Maputo. Siamo rientrati la sera stessa. E il giorno dopo abbiamo incontrato Guebuza a Nampula, il quale ha accettato le condizioni poste dal suo rivale.

Così giovedì 4 settembre “scortato” dagli ambasciatori di Usa, Gran Bretagna, Portogallo, Botswana, oltre a Vellano, il leader della Renamo è atterrato a Maputo. E il giorno dopo, sotto una selva di flash, ha firmato l’accordo di cessate il fuoco con Guebuza. Il problema ora è capire quanto reggerà questo accordo?

In effetti, il passaggio da gestire con cautela è il post-voto. È assai delicato.

Soprattutto se la Renamo, il 15 ottobre, dovesse piazzarsi terza dietro Frelimo e Mdm…

Esatto, questo è il problema.

Ci sono ancora tante armi in circolazione. Ne avete parlato con Dhlakama?

 No. Lui è molto tranquillo. Ritiene che otterrà un ottimo risultato elettorale. Pensa addirittura di vincere. Quindi non ci è sembrato utile al dialogo prospettargli l’ipotesi di che cosa potrebbe succedere se dovesse arrivare terzo. Ma questo rischio lo deve comunque gestire la dirigenza mozambicana. Non so quanto sia utile, infatti, un eccessivo protagonismo della comunità internazionale. Il Mozambico è perfettamente in grado di risolvere le sue questioni interne. Ci possono essere alcuni passaggi complessi, dove un paese come l’Italia può essere a disposizione per aiutare e facilitare. Ma la cosa importante è che sia Maputo a darsi le regole. Cosa che ha fatto. Ciò non toglie che il passaggio post-elezioni possa rivelarsi delicato.

A suo avviso il Mozambico ha imboccato la via della stabilizzazione?

Sì. Restano cruciali i prossimi anni. Nel paese c’è un’aspettativa enorme che aumenti il reddito. Cosa che sta anche accadendo, ma il problema è che la velocità con cui arriveranno gli investimenti, e quindi anche il miglioramento della qualità della vita della popolazione, non coincide con le aspettative. Che sono molto forti: se le persone si aspettano che la loro vita migliorerà da un giorno all’altro e invece ci vogliono anni, è assai concreto il rischio di frustrazione, che si può poi trasformare in  instabilità. Il paese, quindi, ha davanti a sé passaggi politici difficili da gestire. Ma penso, e non sono il solo, che il Mozambico rappresenti un esempio virtuoso in grado di sfatare il mito della maledizione delle materie prime e quello dell’incapacità dei paesi africani di ritagliarsi una stabilità democratica.

Tuttavia, nonostante gli ingenti investimenti stranieri non c’è ancora stata una sia pur minima redistribuzione del reddito. Rimane un paese molto povero.

Ma non c’è ancora stata la produzione del reddito, perché gli investimenti stranieri sono ancora molto limitati rispetto a quello che verrà. Tutto il piano di sviluppo del settore del gas, ad esempio, è appena partito. Per questo dico che bisogna stare attenti tra quella che è la percezione del cambiamento e la realtà.

Renzi nel suo viaggio in Mozambico è stato accompagnato dai vertici di Eni e Finmeccanica. Il suo ruolo era quello di commesso viaggiatore per le grandi aziende degli idrocarburi e delle armi?

No. Il lavoro che stiamo facendo come governo è quello di aprire la strada alle grandi imprese che poi dovrebbero portarsi appresso quelle piccole, che non sono in grado, da sole, di aprirsi una breccia in quei mercati. In un anno, in 4 missioni, ho portato 300 imprese in Mozambico. C’è molto interesse. Ad esempio, stiamo facendo un buon lavoro con l’associazione delle imprese del marmo. C’è spazio anche nel settore agricolo. Anche se su tutti primeggiano gli investimenti in infrastrutture e nel gas. Da un anno è aperto l’ufficio Ice. Sta funzionando bene.

Il Mozambico resta un paese strategico per l’Italia?

Sì. Gli altri due paesi su cui puntiamo sono Etiopia e Angola. Ma il Mozambico è quello su cui abbiamo fatto più lavoro finora.

Il viceministro Carlo Calenda a colloquio con Afonso Dhlakama.