Una donna mostra il documento d'identità del figlio, vittima di sparizione forzata nel nordest del Kenya (Credit: Human Rights Watch)

Secondo un’inchiesta del giornale sudafricano online Daily Maverick, che fa parte del The Guardian Africa Network, in Kenya agisce una squadra paramilitare segreta, il Rapid response team (Rrt, Gruppo di risposta rapida), addestrata dalla Cia per operazioni di antiterrorismo, armata e finanziata dal Secret intelligence service (Servizio segreto di intelligence – Sis) britannico, conosciuto anche con la sigla M16.

Dal punto di vista istituzionale, il Rrt fa parte del General sevice unit – Recce company (Gsu, Unità di servizio generale – Compagnia recce) di stanza a Ruiru, contea di Kiambu, meno di 25 chilometri da Nairobi. Il Gsu è un corpo speciale della polizia incaricato di agire in situazioni che minacciano la sicurezza del paese e in occasione di disordini civili.

E’ spesso accusato di abusi e di gravi violazioni dei diritti umani da organizzazioni internazionali e locali. Le più recenti riguardano le violenze che hanno provocato numerosi morti durante il coprifuoco imposto al paese per contenere la pandemia da Covid-19.

L’inchiesta, dal titolo Revealed: the Cia and MI6’s secret war in Kenya (Svelato: la guerra segreta della Cia e del M16 in Kenya) è stata condotta da Declassified UK, una piattaforma considerata molto qualificata per analisi approfondite e notizie esclusive sulla politica estera del Regno Unito.

Dal punto di vista metodologico, il pezzo, firmato dal giornalista investigativo Namir Shabibi, si basa su numerose interviste a funzionari della Cia e del Dipartimento di stato americano, oltre che dei servizi di intelligence, della polizia e delle formazioni paramilitari kenyane.  

Il team, composto all’inizio da 18 persone addestrate negli Stati Uniti, sarebbe composto ora da 60 commandos che agiscono in operazioni antiterrorismo su indicazioni del Servizio nazionale di intelligence (Nis) kenyano e spesso della Cia stessa, si legge sulla pubblicazione, la quale afferma inoltre che l’ufficiale di collegamento sta presso l’ambasciata Usa a Nairobi. 

Aggiunge che anche il M16 contribuisce nell’identificare, individuare e decidere sul destino dei bersagli. L’operazione, infatti, partirebbe già con un preciso ordine: uccidere o arrestare. E talvolta sono stati fatti errori irrimediabili.

Il Rrt sarebbe nato nel 2004, a ridosso dell’attacco di al-Qaeda alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, in considerazione dello sviluppo della minaccia terroristica basata nell’Africa orientale, dove si erano già verificate azioni devastanti contro gli interessi americani come gli attacchi simultanei, pure rivendicati da al-Qaeda, alle ambasciate di Nairobi e di Dar es-Salaam, in Tanzania, il 7 agosto 1998. Complessivamente si contarono allora 224 morti e oltre 4mila feriti, per la verità quasi tutti africani.

L’intenzione era dunque quella di salvaguardare gli interessi degli Usa agendo sul territorio di un alleato in cambio della formazione di unità in grado di muoversi anche per proteggere il loro stesso paese che era, esso stesso, diventato un obiettivo.

William Bellamy, l’ambasciatore americano che trattò la nascita della squadra segreta, disse, in documenti declassificati visti dall’autore dell’inchiesta, che non fu facile convincere i kenyani a causa di sospetti nell’esercito e nella polizia.

Parecchi anni dopo, la lotta al terrorismo qaedista, ormai organizzato nella formazione locale conosciuta come al-Shabaab, motivò l’intervento dell’esercito di Nairobi in Somalia, iniziato il 16 ottobre del 2011.

Da allora le azioni terroristiche in territorio kenyano si sono intensificate, così come il reclutamento di giovani ad opera di predicatori che operavano da diverse moschee, soprattutto sulla costa e a Eastleigh, il quartiere di Nairobi abitato dai kenyani di etnia somala e dai profughi della guerra civile di Mogadiscio.

Sospetti di terrorismo e radicalizzatori sono tra i maggiori obiettivi delle azioni della Rrt. L’inchiesta ne prende in considerazione una dozzina e dimostra che nelle operazioni molti ricercati sono rimasti uccisi e che in molti casi le morti sembravano essere state premeditate.

Partners della Cia nel mondo (Credit: Open society foundations e Washington Post)

Il documento si apre con il racconto di un’operazione avvenuta il 30 agosto dell’anno scorso nella cittadina di Ngombeni, sulla costa meridionale del Kenya. Target un tassista di 45 anni, Mohamed ‘Modi’ Mwatsumiro, sospettato di essere coinvolto nell’attacco terroristico all’hotel DusitD2, a Nairobi, nel gennaio precedente. Alle 4 del mattino un commando arrivò davanti a casa sua, trasportato su veicoli senza targa, e ordinò ai vicini di non uscire.

Sfondò la porta e, secondo la versione rilasciata dalla polizia, il ricercato lanciò una granata che non esplose. Ma gli uomini del commando fecero fuoco. Mohamed ‘Modi’ Mwatsumiro fu ucciso. La sua famiglia si salvò perché, secondo la testimonianza di un vicino, la sera prima Modi insistette perché andassero a trovare dei parenti, quasi sapesse di essere braccato. Uno dei rari arrestati è Elgiva Bwire, condannato all’ergastolo per essere stato ritenuto colpevole di due attacchi a Nairobi una decina di anni fa.

Simili operazioni fanno ovviamente molto discutere. Khelef Khalifa, presidente dell’organizzazione per i diritti umani Muhuri, ha dichiarato: «Quando succedono episodi del genere, i musulmani si sentono sotto assedio perché non capiscono come mai il governo non può arrestarli e processarli, invece di ammazzarli».

L’ex vicepresidente Kalonzo Musyoka ha descitto queste uccisioni extragiudiziali come “incostituzionali”. «Questo ha disseminato amarezza… ma poiché stiamo facendo la guerra al terrorismo su richiesta dell’Occidente, è loro permesso».