«Esprimo la mia vicinanza alle migliaia di migranti, rifugiati e altri bisognosi di protezione in Libia: non vi dimentico mai; sento le vostre grida e prego per voi». Sono parole, cariche di parresia, che è il coraggio di osare, formulate da papa Francesco, al termine dell’Angelus, domenica scorsa, per il consueto appuntamento con i fedeli convenuti a piazza San Pietro.

Il vescovo di Roma è dunque tornato a spendersi sul tema della mobilità umana, con particolare riferimento al fenomeno migratorio che interessa il bacino del Mediterraneo. «Tanti di questi uomini, donne e bambini sono sottoposti a una violenza disumana», ha stigmatizzato il pontefice che ha colto l’occasione per rinnovare il suo accorato appello al consesso delle nazioni: «Ancora una volta chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. E quanto soffrono coloro che sono respinti! Ci sono dei veri lager lì».

Papa Francesco, da acuto osservatore dei segni dei tempi, ha evidenziato che «occorre porre fine al ritorno dei migranti in paesi non sicuri e dare priorità al soccorso di vite umane in mare con dispositivi di salvataggio e di sbarco prevedibile, garantire loro condizioni di vita degne, alternative alla detenzione, percorsi regolari di migrazione e accesso alle procedure di asilo. Sentiamoci tutti responsabili di questi nostri fratelli e sorelle, che da troppi anni sono vittime di questa gravissima situazione. Preghiamo insieme – ha esortato – per loro in silenzio».

Alle parole, davvero profetiche, del pontefice è stata data forte risonanza anche dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) in una nota del 25 ottobre scorso. Rivolgendosi alle istituzioni italiane ed europee, la presidenza Cei ha auspicato che «siano posti in atto interventi efficaci, capaci di garantire il rispetto dei diritti umani e la tutela della persona. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare – verbi indicati dal pontefice – restano la bussola da seguire per affrontare la questione migratoria e trovare soluzioni adeguate a un dramma che continua a mietere vittime e infliggere sofferenze».

Per i vescovi italiani, «si tratta di una situazione che non può essere più ignorata» e pertanto «la Chiesa italiana – si legge nella nota – alla luce dell’enciclica Fratelli tutti, proseguirà nella sua intensa opera in favore degli ultimi», auspicando che «anche la comunità internazionale si faccia carico dei bisogni dei migranti e dei profughi, perché nessuno sia più costretto a fuggire dalla propria terra e a morire nei viaggi verso un futuro migliore. Solo ascoltando il grido degli ultimi si potrà costruire un mondo più solidale e giusto per tutti».

La presidenza della Cei ha anche auspicato che il Mediterraneo possa tornare ad essere «culla di civiltà e di dialogo, nello spirito della fratellanza già incoraggiato nel secolo scorso da Giorgio La Pira, nel cui ricordo i vescovi dei paesi che si affacciano sul Mare Nostrum si ritroveranno, per iniziativa della Cei, a Firenze, dal 23 al 27 febbraio 2022, per riflettere sul tema della cittadinanza». Un’iniziativa, questa, che mette in evidenza una sfida rispetto alla quale è necessaria una decisa assunzione di responsabilità dai parte dei cattolici italiani e della società civile in senso lato.

Richiamando l’esplicito riferimento del papa alla Libia, dove «ci sono dei veri e propri lager», i vescovi hanno sottolineato con chiarezza che «la sicurezza e la dignità della vita umana reclamano rispetto sempre e per tutti. La presidenza Cei chiede di non volgere più lo sguardo altrove e invita tutte le comunità cristiane a unirsi alla preghiera di papa Francesco».

Lungi da ogni retorica, è evidente che occorre un discernimento profondo, una spiritualità più intensa, un sapere più alto, una capacità di riflettere più vigoroso, un’intelligenza morale che ponga un freno alla selvaggia e prorompente mattanza di tanta umanità dolente nel cosiddetto Mare Nostrum, ormai ridotto alla condizione di un immenso cimitero liquido.

Si tratta di un indirizzo che oggi, più che mai, deve portare a tracciare decisamente una road map, vale a dire un percorso risolutivo, per spalancare i cuori e le menti, affermando un modus operandi, cioè un agire concreto, in difesa dei migranti. Si tratta di accrescere, come auspicato ripetutamente dal pontefice, la capacità di osmosi, di empatia, di connessione umana con la sofferenza e le speranze della gente, e soprattutto dei poveri che rappresentano l’anello debole della società globalizzata.

È per queste ragioni che papa Bergoglio affermò categoricamente, senza “se”, senza “ma”, in occasione dell’accreditamento di sette nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, nel maggio 2018: «Nessuno può ignorare la nostra responsabilità morale a sfidare la globalizzazione dell’indifferenza, il far finta di niente davanti a tragiche situazioni di ingiustizia che domandano un’immediata risposta umanitaria». È evidente che il vasto areopago della politica, nelle sue molteplici declinazioni, in Italia e in Europa, non può fare orecchie da mercante.

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