Vescovo comboniano di Rumbek, Sud Sudan
Il vescovo comboniano di Rumbek è stato colto da un malore durante la messa. Era dal 1981 in Sud Sudan. E il 9 luglio è stato tra i protagonisti della festa dell’indipendenza.

È morto stamani all’età di 74 anni il vescovo di Rumbek, in Sud Sudan, mons. Cesare Mazzolari. Il presule stava concelebrando l’Eucaristia. Giunto al momento della consacrazione, è stato colpito da un malore. Con l’aiuto dei religiosi presenti e dei fedeli è stato portato prima in sacrestia e poi nella sua stanza. Trasportato in ospedale, i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.
Sabato scorso, mons. Mazzolari aveva partecipato alla cerimonia per l’indipendenza del Sud Sudan, affermando che il paese era orgoglioso di diventare una nazione autonoma.

 

Cesare Mazzolari nasce il 9 febbraio 1937 a Brescia. Ancora ragazzo, entra nel seminario dei comboniani. Il 17 marzo 1962 è ordinato sacerdote e viene inviato negli Stati Uniti, dove per anni opera fra gli afro e i messicani impegnati nelle miniere.

 

Nel 1981 è in Sud Sudan, prima nella diocesi di Tombura-Yambio, poi nell’arcidiocesi di Juba. Nel 1990, è nominato amministratore apostolico della diocesi di Rumbek. Nello stesso anno, libera 150 giovanissimi schiavi. Nel 1991 riapre la missione di Yirol, la prima di una lunga serie, alcune delle quali verranno poi abbandonate sotto l’incalzare della guerra civile. Nel 1994, egli stesso è catturato dai soldati dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla) e tenuto in ostaggio per 24 ore.

 

Il 6 gennaio 1999 è ordinato vescovo da papa Giovanni Paolo II. Per 30 anni mons. Mazzolari ha vissuto coraggiosamente al servizio dei sud-sudanesi, condividendo con loro le conseguenze della guerra. A tutti chiedeva l’impegno di «non dimenticare il Sud Sudan, la sua gente ha bisogno di una pace giusta, basata sul rispetto dei diritti umani».

 

Convinto assertore dell’educazione come via di evangelizzazione (le scuole della sua diocesi istruiscono oggi 50mila giovani), il vescovo bresciano ha attraversato la lunga guerra civile sudanese (1983-2005, 2 milioni di morti) al fianco dei più poveri e dimenticati, offrendo aiuti, piani di sviluppo, istruzione di base e assistenza sanitaria. Intrepido annunciatore del Vangelo, ha sfidato i bombardamenti, la carestia, i sequestri per portare la consolazione di Cristo e far sentire la vicinanza della Chiesa.

 

Ha girato Europa e America per perorare la causa del Sudan: «Il Sudan è lo stato africano più povero tra i poveri: per 40 anni è stato vittima di guerre civili e scontri etnici, il cui unico fine è la conquista del potere e l’acquisizione di risorse, quali petrolio, acqua e oro, presenti in grandi quantità. Gli interessi globali hanno prevalso sul bene della gente. Non esiste più rispetto dei diritti umani e la parola “libertà” è un termine sconosciuto, perché è stata spazzata via».

 

Il 30 maggio scorso, a 74 anni, prossimo a scrivere la canonica lettera di dimissioni dall’impegno episcopale, mons. Mazzolari ha visitato per l’ultima volta la redazione di Nigrizia per tenere una conferenza aperta al pubblico sul tema: “La terra di Comboni sulla via della libertà”, durante la quale ha resa una commovente testimonianza di quanto l’opera del Comboni sia intimamente intrecciata con la storia del popolo sud-sudanese. In quell’occasione, è stato presentato il libro Un Vangelo per l’Africa. Cesare Mazzolari, vescovo di una Chiesa crocifissa, una sua biografia, edita da Lindau (2011, pp. 114, € 12,00) e narrata da Lorenzo Fazzini, giornalista di Avvenire. Assieme all’autore del libro, il vescovo ha ripercorso i 30 anni della sua presenza in Sud Sudan – dai bombardamenti alla carestia, ai sequestri di persona – raccontando la vita di una missione che affascinò, a suo tempo, anche Enzo Biagi, giunto in Sud Sudan proprio per intervistarlo. Al termine della conferenza – come già dalle pagine del libro – mons. Mazzolari tornò a lanciare un severo monito all’Europa e all’Occidente: «Solo il primato di Dio e il sentirsi una famiglia “globale” potranno garantire un futuro di pace in Sudan e in tutto il mondo».

 

Durante l’incontro, il vescovo presentò il progetto di realizzazione del primo centro di formazione per insegnanti del Sud Sudan, a Cuiebet, località a 80 km da Rumbek. «Ora più che mai abbiamo bisogno di formare la classe dirigente del futuro, affinché l’autodeterminazione del popolo sud-sudanese sia piena e matura, nel segno della speranza e di un fondamentale recupero dell’identità. Come chiesa, abbiamo ancora oggi una grande responsabilità nella costruzione del nuovo stato. Soprattutto, dobbiamo insegnare l’arte paziente del dialogo, della comunicazione e della riconciliazione per mettere le basi di una nuova nazione».

 

Grande la sua gioia per il raggiungimento dell’indipendenza del Sud Sudan il 9 luglio. La sera, nella sede provincializia dei comboniani di Juba, parlando con i confratelli, disse: «È un sogno che si è avverato. Siamo agli inizi di una nuova storia. Ora il mondo intero dovrà impegnarsi a far sì che il domani di questa nuova nazione sia migliore del suo martoriato passato. E noi comboniani, come in passato, siamo chiamati a fare la nostra parte».