Mali / Firma della pace a Bamako
Venerdì nella capitale del Mali, Bamako, è andata in scena la cerimonia della firma dell'accordo di pace che dovrebbe mettere fine al conflitto che va avanti dal 2012. L'assenza della principale coalizione di gruppi armati del nord, il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad, lascia il senso di una firma "mutilata". Infatti nel nord del paese continuano i combattimenti.

“È stato come un matrimonio senza la sposa”. Teatro, circo, sfilata, messa in scena. Questi sono solo alcuni delle decine di commenti più o meno ironici che hanno intasato le bacheche Facebook di molti amici maliani lo scorso fine settimana. La rete è stata, una volta di più, il campo privilegiato delle critiche nei confronti della cerimonia della firma della pace che è andata in scena venerdì a Bamako. L’assenza annunciata dei tre principali gruppi armati del nord (uniti nella sigla Cma (Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad), getta ombra su questo momento definito “storico” dal governo maliano e dai partner della comunità internazionale. Soprattutto perché nel nord del paese si continua a combattere e a morire.

Il venerdì di Bamako
Venerdì, fin dal mattino, Bamako era avvolta da una fitta coltre spettrale e solenne. Le bandierine arcobaleno di tutti i Paesi del mondo, indossate per l’occasione, sventolavano silenziose su strade deserte pattugliate da militari in assetto da guerra. Il percorso dall’aeroporto al centro città, dove spiccano l’Hotel Salam e il Centro Congressi di Bamako teatri delle celebrazioni, è stato ripulito e agghindato a dovere. 22 fra capi di stato e rappresentanti della Comunità Internazionale hanno risposto all’invito del padrone di casa, il Presidente del Mali Ibrahim Boubakar Keita (Ibk).
Il centro congressi è stato invaso fin dalle prime ore del giorno dagli oltre mille invitati a far da cornice alla firma di una pace alla quale nessuno, in realtà, crede davvero. Musicisti, corpi di ballo vestiti “tradizionali”, molti “inturbanati” del nord, hostess imbellite dal tricolore maliano che distribuiscono bottigliette d’acqua per alleviare la calura e uno stuolo di oltre 200 giornalisti venuti dai quattro angoli del Pianeta hanno accompagnato la sfilata delle macchine blu e dei lussuosi 4×4 che depositavano personalità davanti all’entrata principale. Il tutto sotto ferreo controllo delle forze dell’ordine per “l’elevato rischio attentati”: metal detector, cani anti bomba, voli di ricognizione di droni, telefonini e accendini vietati in sala.

Solo apparenza
Ma dietro ai merletti, alla sicurezza ostentata, ai colori accesi delle bandiere africane e alle strette di mano amichevoli, non c’è nulla di vero, a parte la dimostrazione di forza diplomatica di Ibk. I personaggi di spicco della politica africana – su tutti la presenza di Robert Mugabe, Presidente dello Zimbabwe, che ha tenuto un discorso lungo e applaudito, di Paul Kagame, Presidente del Ruanda, e degli omologhi del Burkina Faso Michel Kafando, Niger con Mahamadou Issoufou, Alassane Ouattara della Costa D’Avorio, Mohamed Ould Abdel Aziz della Mauritania, dalla Guinea Alpha Condé, dal Togo Faure Gnassingbé – hanno dato lustro e interesse mediatico a un evento politico svuotato del suo originario significato. La pace, tanto attesa dopo 3 anni di conflitto, 1 anno di negoziati, oltre mezzo milione di profughi e centinaia di morti e feriti, non abita ancora in Mali. Anzi, pare paradossalmente più lontana di prima.

Ancora scontri nel Nord
Nel nord del paese, infatti, nelle ultime tre settimane si sono intensificati gli scontri armati fra esercito e gruppi ribelli. Sono riprese violente battaglie per il controllo d’importanti centri urbani e fette di territorio che hanno causato più di 40 morti, decine di feriti e centinaia di sfollati. Mentre a Bamako si firma tutti con la stessa penna, sul terreno la guerra va avanti indisturbata. E non solo al nord. Nella regione centrale di Mopti, nei comuni di Tenenku e Youwarou le 147 scuole della zona sono state chiuse a causa delle violenze degli ultimi mesi. Oltre 19mila studenti e 400 maestri privati del diritto all’educazione, esami di fine anno saltati.
Il Cma, dopo aver siglato a sorpresa i preaccordi ad Algeri il giorno prima della firma, ha disertato Bamako l’indomani per riprendere le armi contro l’esercito e le milizie pro-governative nella regione di Menaka. Il bilancio dei combattimenti di venerdì è ancora incerto, ma già pesante e significativo: almeno 30 morti, 18 prigionieri e 15 feriti, ripartiti fra i due campi. Secondo testimoni raggiunti al telefono a Kidal, gli ospedali della città dell’estremo nord del Mali, feudo del Cma, sarebbero pieni di corpi senza vita e di feriti ribelli tuareg. L’esercito del Mali e il Gatia (milizia di autodifesa pro-governativa a maggioranza tuareg) sarebbero dunque riusciti a respingere l’attacco della Cma teso a recuperare il controllo sulla città-simbolo di Menaka.

Divisioni interne
Mentre a Bamako una dissidenza interna del gruppo armato Cpa (il Coordinamento dei Popoli dell’Azawad ufficialmente sottogruppo della Cma) ha deciso a sorpresa di firmare, invitando gli altri gruppi del Cma a fare lo stesso, la dirigenza dell’irredentismo tuareg ha subito smentito attraverso i suoi siti qualsiasi propria presenza a Bamako, definendo la pace appena firmata «qualcosa che non ci tocca minimamente». La dirigenza militare dell’Mnla (Movimento di Liberazione dell’Azawad, principale gruppo armato tuareg dell’Cma) aveva criticato persino la sigla degli Accordi di Algeri di giovedì, dichiarando di volere attendere e discutere ulteriormente qualsiasi propria eventuale futura adesione alla pace.

Firma mutilata
La comunità internazionale, con la presenza in prima fila a Bamako di alti rappresentanti dell’Onu (con il capo della Minusma Mongi Hamdi), dell’Ue, di Francia (che ha inviato Annick Girardin, Segretaria di Stato incaricata allo Sviluppo e alla Francofonia) e Usa, ha idealmente accompagnato al tavolo della firma di una pace mutilata i rappresentanti del governo maliano, della Piattaforma delle milizie pro-governative e di alcuni gruppi armati minori del nord. Questi ultimi hanno deciso di aderire alla pace promossa e voluta soprattutto dall’Algeria, potenza militare e politica della regione che ha incassato una vittoria diplomatica di facciata sul concorrente Marocco (più vicino, pare, all’indipendentismo tuareg).
Al netto dei giochi geopolitici regionali, continentali e globali e della “photo opportunity” di capi di stato che internamente vacillano ad ogni elezione, ad ogni cambio della costituzione, ad ogni rapporto sulla corruzione e che quando s’incontrano ai summit sorridono e si vestono col vestito della domenica, per la popolazione del Mali, del Sahel e dell’Africa occidentale in generale non cambia nulla. Le parole d’ordine della “governance” africana accompagnata per mano dalla Comunità Internazionale rimangono invariate: lotta al terrorismo, guerre diffuse e a bassa intensità (che interessano poco i media), povertà e cooperazione allo sviluppo. Nulla di nuovo sotto al sole, dunque, anche se venerdì a Bamako si è firmata la pace.

Nella foto in alto la cerimonia della firma dell’accordo di pace a Bamako venerdi 15 maggio (Fonte: Afp)

Nella foto sopra il ministro degli esteri maliano, Abdoulaye Diop, mentre firma l’accordo di pace a Bamako, venerdì 15 maggio 2015. (Fonte: Afp photo / Habibou Kouyate)