Haiti / A 5 anni dal terremoto
Il racconto di tre storie, emblema di come il paese si sia risollevato dalla catastrofe. Molte cose restano ancora da fare e da costruire. Ma le ferite del 12 gennaio 2010, seppure sempre vive nei ricordi, sono state curate. E la vita è ripresa.

Un conto alla rovescia: 54 secondi di tempo. Cosa può accadere in questa manciata di istanti? Bere un caffè? Leggere una mail? Che altro? Forse è quasi il tempo impiegato per la lettura di queste poche righe iniziali. Ma 54 secondi è stata anche la durata del sisma che il 12 gennaio del 2010 distrusse Haiti. Meno di un minuto, ma un tempo sufficiente per rimanere impresso nella storia del paese: alle 16.53, ora locale, la terra incominciò a tremare e venne catturata, nella durata della scossa, l’esistenza di milioni di persone. Le abitazioni iniziarono a crollare e così quello che era uno dei paesi più poveri dell’emisfero occidentale, con un Pil di 7,8 miliardi di dollari, una popolazione di 11 milioni di abitanti e un’aspettativa di vita di 62 anni, si trovò distrutto da un sisma che provocò la morte di 300mila persone, altrettanti feriti, 1.800.000 di senza tetto e un’entità di danni ancora difficile da stimare. Secondo quanto dichiarato dall’allora presidente René Preval, la ricostruzione avrebbe richiesto un investimento di oltre 10 miliardi di dollari.

Sono passati cinque anni e oggi il paese va controcorrente rispetto alle rappresentazioni oleografiche e alle aspettative di ciclicità del dramma, che vorrebbero l’isola caraibica affondata tra le crepe di morte della catastrofe del 2010. All’inverso, invece, Haiti è rinata e tra i solchi tracciati dall’aratro di morte del sisma, ecco spuntate anche gemme di vita. 

Cavalcare l’onda. Sono una decina di giovani, tutti in spiaggia, a Kabic, poco distanti da Jacmel nel sud dell’isola. Hanno tra i 15 e i 20 anni, tutti imbracciano una tavola da surf e guardano le onde che si formano davanti a loro. Le scrutano, poi si tuffano in acqua, incominciano a remare con le mani e poi, abbastanza distanti dalla riva si preparano. La prima onda non va bene, troppo corta, la seconda neppure, non è abbastanza alta e si “chiude” presto; ecco, però, che quella che si sta formando all’interno del quadro di luce del sole del tramonto è buona: incominciano a spingersi con le mani e appena sentono l’onda sotto la tavola si alzano in piedi, cavalcando così la cresta. Emmanuel “Manu” Andriis ha 23 anni e guida il gruppo, le gambe flesse, i muscoli del corpo contratti e in faccia un sorriso che è uno sfregio alla tragedia, una volontà espressa senza parole di ritornare a prendersi spazio per sé e per il proprio futuro, convivendo con quella stessa natura temuta e odiata fino a 4 anni prima. «Ricordo la mia casa distrutta, le notti a dormire per strada e poi la paura che la terra potesse ritornare a tremare e uccidere di nuovo. È da più di un anno che ho iniziato a “surfare” e voglio che questo sia il mio futuro. Insegnare ai turisti e diventare un grande surfista». Oggi i ragazzi “surfano” grazie all’associazione Surf Haiti, nata nel 2010 dalla volontà di due medici hawaiani, Ken Pierce e Alan Potter che, trovandosi nell’isola per aiutare le vittime del sisma, hanno pensato di sfruttare le onde del Mar dei Caraibi per lanciare un progetto parallelo che servisse a dare una nuova possibilità ai ragazzi di Jacmel e Kabic. Poi, a distanza di 2 anni, terminato il periodo di lavoro ad Haiti, i due dottori hanno lasciato l’associazione nelle mani di due cooperanti francesi, Chris Dauba, di 41 anni, e Joan Mamique, di 38, anche loro amanti della tavola e fiduciosi nel progetto. Chirs racconta: «Scopo della nostra associazione non è solo quello di fare dello sport, ma è soprattutto insegnare ai ragazzi che può esserci un futuro. E che il turismo può essere una grande risorsa. Oggi ci sono 32 ragazzi che fanno parte di Surf Haiti. Di questi 6 sono i più bravi e insegnano già, 10 stanno imparando e gli altri sono i più giovani che adesso stanno facendo i corsi di nuoto. Ogni settimana vengono qua oltre 30 stranieri e attraverso il noleggio delle tavole e i corsi pagano una quota che permette di dare uno stipendio ai ragazzi, oltre a consentire nuovi investimenti. Dall’anno prossimo, infatti, daremo vita a un laboratorio per la riparazione e la costruzione di tavole». È una delle tante storie, quella del gruppo di surfisti, che trasudano sogni e prammatismo e che permettono di allontanare in maniera concreta, senza perderne il ricordo, le ferite del 12 gennaio 2010.

Storie di comunità. Dal mare basta poi arrampicarsi sulle montagne che formano la costa meridionale dell’isola. Sono puntellate di appezzamenti di mais e di alberi di mango le strade in terra battuta, con i solchi provocati dall’erosione dovuta alle piogge, che conducono sino alla comunità di Lavial. Villaggi di poche case, 25 mila abitanti ed è questa la comunità contadina che, dopo il sisma, ha ripreso un cammino verso la normalità. Una storia, quella degli uomini e delle donne di Lavial da sempre contraddistinta da povertà estrema e a raccontarla sono proprio i contadini e le contadine che stanno mettendo in pratica una rivoluzione sociale a cinque anni dalla catastrofe. «Prima qui non c’era niente. Era una zona marginalizzata, lontana dal paradiso di Dio e vicina all’inferno degli uomini. Avevamo pochi terreni, non c’erano strade, vivevamo di economia di sussistenza e nessuno di noi è mai andato a scuola, perché non ce n’erano. Una malattia voleva dire essere condannati alla sorte perché non c’erano neppure ospedali e i mezzi con cui arrivare in città». Si toglie il cappello a falde tese e reggendosi con una mano al bastone che sorregge i suoi 63 anni e una vita curva trascorsa con la vanga in mano, Bazelais Cenous prosegue dicendo: «Poi c’è stato il terremoto, la distruzione, ma ecco il cambiamento e guarda di cosa disponiamo». E accompagna le parole di vanto a un gesto della mano che indica tutta la vallata.

Sui monti di Lavial, infatti, sono stati costruiti 17 chilometri di strada, che permettono i collegamenti con la città; una scuola elementare, che accoglie 362 alunni e un altro istituto scolastico che ne ospita più di 400; è stata realizzata una rete idraulica che consente di disporre di pozzi con acqua potabile; sono stati piantati 400mila alberi e oltre 27 case distrutte dal terremoto sono state ricostruite. Il tutto grazie all’impegno dei membri della comunità, all’appoggio dell’associazione locale “Organizzazione dei giovani universitari di Carrefour per la crescita di Haiti” e all’ong Cisv. «Abbiamo un modo di lavorare comunitario. Significa che ci uniamo come collettività e lavoriamo tutti per il bene di tutti. Oggi sul terreno di qualcuno, domani su quello di qualcun altro, in base alle esigenze». A parlare è Michelle Sainthêse. «C’è ancora chi non supera la soglia minima di povertà e a settimana riesce a guadagnare solo 5 dollari. Ma non si muore di fame, perché ci si aiuta. Le merci vengono scambiate ai mercati. È ancora lungo il cammino ma il sentiero che abbiamo iniziato a percorrere è quello giusto». 

La speranza mai morta. Una strada, quella della rinascita del paese, che tutta la società haitiana sta attraversando. Dalle zone rurali sino alla capitale. Cambia considerevolmente la realtà, ma anche a Port-au-Prince, dove il sisma si è manifestato in tutta la sua violenza e dove si è registrata la maggior parte delle vittime, la vita sta riprendendo il suo corso. I Tap-Tap, i taxi collettivi, sfrecciano nel traffico della città, percorrendo la Panamericana, dalla città bassa arrivando sino alle aree di Petion Ville; partite spontanee di basket vengono improvvisate in ogni angolo di strada, nelle baraccopoli come Jealousie si gioca a calcio in ogni spiazzo dipingendo le porte sui muri delle case o creandole con le bottiglie di plastica, e anche nelle situazioni più critiche, dove i sorrisi faticano a sbocciare, ci sono comunque esempi concreti di speranza.

Non si ferma un istante, infatti, suor Marcella Catozza: corre dalla clinica medica all’orfanotrofio, dalla scuola ai cantieri dove è in costruzione un asilo, opere che la missionaria francescana ha realizzato in quella che è considerata la bidonville più problematica di Port-au Prince, Waf Jeremie. «Sono arrivata qua nel 2005. Mi chiamò il vescovo Miot, che poi morì durante il terremoto. Giunsi a Waf Jeremie e davanti a me vidi un’immagine estrema. Povertà, malattie e criminalità: non c’era alcuna organizzazione umanitaria attiva in questo slum e non sapevo se sarei mai riuscita a fare qualcosa di concreto». Poi l’inserimento nella società e il contatto diretto con le persone della baraccopoli e così la missionaria italiana iniziò a dar vita a una clinica medica.

Poi, però, arrivò il terremoto e tutto quello che era stato fatto sprofondò in un cumulo di macerie. «Ricordo che i giorni all’indomani del sisma furono devastanti: si camminava e si sentivano le urla provenire da sotto le macerie. Insieme agli abitanti di Waf Jeremie ricostruimmo subito la clinica medica, poi 122 case per coloro che avevano perso l’abitazione. Non ci fermammo, edificammo la scuola e l’orfanotrofio e oggi sto per dare vita a un asilo». Una clinica medica che riceve più di 70 persone al giorno con un reparto di maternità, un ambulatorio e un pronto soccorso che impedì la propagazione del colera nei giorni dopo l’epidemia; una scuola che riceve 350 ragazzi, garantendo loro due pasti al giorno; un orfanotrofio che accoglie 82 bambini, l’80% figli di madri morte per aids. Il tutto in una cornice di colori e allegria. Corre appoggiandosi ai muri per non perdere l’equilibrio Nadia, ha meno di un anno e rappresenta nella sua breve vita l’emblema di un intero paese. «Quando è stata accolta all’orfanotrofio era estremamente denutrita. L’abbiamo portata d’urgenza negli ospedali e la risposta che ci è stata data è che non la ricoveravano: era inutile perdere tempo con chi a breve sarebbe morto!», rammenta suor Marcella. Poi Nadia ha incominciato a mangiare, a gattonare e oggi gioca ridendo insieme agli altri bambini. Pochi mesi soltanto, ma emblematica metafora della storia di Haiti che dalla catastrofe si è risollevato, ed è pronto oggi ad affrontare il proprio futuro.

(Testo di Daniele Bellocchio)

Sopra la gallery delle foto di Marco Gualazzini.

Crisi politica

Se non mancano segnali di ripresa nel paese, la situazione resta caotica dal punto di vista politico. Dopo settimane di proteste, il 14 dicembre si è dimesso il primo ministro Laurent Lamothe. Dimissioni anticipate il 12 novembre dal presidente Michel Martelly, dopo che il governo non era stato in grado di organizzare le nuove elezioni politiche, le prime in tre anni.

Ma la rimozione di Lamothe rischia di essere insufficiente. I manifestanti, infatti, chiedono la testa di Martelly stesso e che sia fissata la data delle elezioni.

Il 13 dicembre un uomo è morto durante una protesta nella capitale Port-au-Prince, repressa con la violenza dalla polizia. Manifestazioni si sono svolte anche il 17 dicembre che hanno visto centinaia di persone contrapporsi alla polizia e ai caschi blu della missione Onu Minustah.