Opinioni / Le conclusioni del Forum sociale mondiale
La nona edizione del Forum Sociale Mondiale si è chiusa dalla città brasiliana di Belém il 1 febbraio. Le iniziative lanciate da sviluppare sono tante: dalla politica alla società, alla religione. Le riflessioni di p. Dario Bossi.

Il più brasiliano dei forum sociali mondiali ha accolto a Belém, porta d’entrata per l’Amazzonia, circa 100.000 persone. Tra di esse, più di metà veniva dalla Pan-Amazzonia (il gruppo di stati che hanno frammentato tra loro il più ricco sistema vivente della terra). Solo il 10% dei delegati al FSM é arrivato da fuori e quasi 70% delle 2.400 attività proposte era di matrice brasiliana.
Numeri che provocano rispetto alla rappresentatività di un evento mondiale di questo genere, ma anche che rilanciano fortemente la voce della foresta e le pratiche alternative dei popoli dell’Amazzonia; il loro grido di vita, speranza e denuncia si é fatto sentire e si é stretto a quello di tutta la terra.
Negli stessi giorni, a Davos, i “grandi” del pianeta dibattevano sula crisi attuale e sulle vie d’uscita più rapide possibili. I delegati del FSM, al contrario, denunciavano che oltre al crollo economico-finanziario, stiamo vivendo una crisi sistemica (climatica, culturale, politica) espressione del fallimento dell’intero modello di sviluppo e della nostra visione del mondo.
Da un punto di vista economico, il FSM ha offerto spunti molto importanti per un passaggio dall’economia predatrice, fondata su saccheggio e consumo, alle economie locali e solidali.
L’alternativa urgente al ciclo impazzito del sistema economico attuale deve ripartire dalla creatività dei piccoli e dei poveri, nei contesti locali: offrire alle famiglie e alle popolazioni strumenti e risorse per auto sostenersi (in Brasile ciò significa riforma agraria, agricoltura familiare, economie locali di valorizzazione delle risorse forestali, ecc).
Molti gruppi e movimenti, poi, si sono articolati per un controllo sociale delle grandi imprese multinazionali protagoniste del saccheggio; é il caso della grande campagna brasiliana lanciata dai missionari Comboniani, che ha raccolto adesioni importanti e centinaia di persone incuriosite dalla sfida lanciata al maggior colosso minerario del mondo: Vale do Rio Doce.

Preceduto da significativi forum tematici come quello di teologia e liberazione o quello dell’educazione, il FSM suggerisce un cambio mentale dall’antropocentrismo al biocentrismo: mettere al centro la vita e considerare l’essere umano come l’ultimo anello di una catena complessa e ben più ampia, della quale fa parte senza dominarla. Si tratta prima di tutto di una conversione mentale, che ha l’obiettivo di rifonda in ciascuno di noi una nuova percezione della vita e ci aiuti a leggere l’esistenza umana come una briciola in un impasto molto maggiore: il forum delle differenze e pluralità culturali ci ha lasciato un compito arduo e urgente, come esseri umani: relativizzarci e includerci, per riscoprire il nostro ruolo nell’equilibrio della creazione.
Anche la religione si senta sfidata: etimologicamente re-ligare può essere “legare nuovamente le persone alla sicurezza di dogmi e sistemi protetti” (e questo porta ad una morte lenta per asfissia), ma può anche significare “legare continuamente tra loro uomini, donne, esseri viventi e tutto ciò che esiste”, come una sfida a tessere relazioni di protezione e cura reciproca (e questo garantirà la sopravvivenza della vita).

Andava in questa linea l’intervento del teologo Leonardo Boff in apertura del Forum dell’Educazione, richiamando 5 principi per una nuova cittadinanza: sostenibilità, cura, rispetto, responsabilità universale, collaborazione, solidarietà.
La Famiglia Missionaria Comboniana scommette su queste sfide e si é lasciata convocare dal Forum: più di 70 missionari/e da tutto il mondo si sono riuniti a Belém e confrontati sul futuro della missione come opzione decisa e urgente per la Giustizia, Pace e Integrità della Creazione.
“Partecipare ad un FSM é essere allo stesso tempo arco e freccia” -ha spiegato Marina Silva, ex ministra dell’ambiente. Scoccare le proprie idee e proposte, raccogliendo consensi e rafforzando alleanze, ma anche lasciarsi contagiare e rilanciare dalle intuizioni degli altri.
In questo, protagonisti e maestri sono stati i popoli indigeni e della foresta (più di 2000 persone provenienti dalla Pan-Amazzonia). Si son organizzati verso un giorno di lotta e espressione comune delle resistenze locali (12 ottobre, in memoria dell’invasione dell’America) e verso un forum tematico dei popoli della foresta nel 2010.
Alcuni di loro hanno fatto richiamo esplicitamente al compito umano di rigenerare costantemente la natura, citando i riti di purificazione e rinnovamento annuali a cui molte delle loro culture si sentono chiamate. Senza dubbio la sapienza indigena nel rapporto con la vita dovrà parlare molto alla nostra cultura, che vede nella foresta solo uno scrigno di risorse naturali da sfruttare.
Alcune voci dal FSM ci provocano: “Ciò che ha dato forza al capitalismo é la scommessa sulle passioni più facili da seguire. Le alternative richiedono molto di più da noi: il capitalismo é confortevole. Non richiede una spiccata moralità. Si rapporta con le persone così come sono. Ma una società cristiana, socialista o amica della natura richiede molto di più da ciascuno di noi. Siamo disposti a pagare il prezzo delle scelte morali?” (Renato Ribeiro).
Molti sollecitano una nuova fase del FSM, che vada oltre lo scambio libero di proposte e attività: coagularsi attorno a decisioni e azioni comuni, grandi campagne internazionali o pressioni forti sulla politica e economia mondiale. Per ora il FSM continua spazio libero e ricco di archi e frecce che intrecciano i loro movimenti: chi lo prepara e vive consapevolmente porta a casa semi di speranza e di azione. Ciò che conta più di tutto non é l’evento-forum, ma il processo, lo sviluppo delle idee e alleanze che il forum permette, con tutte le ricadute locali e interconnessioni globali. In questo senso, l’esperienza della campagna Justiça nos Trilhos é stata molto positiva e riparte dal FSM carica di progetti nuovi e di relazioni forti.
In ogni caso, Belém ha portato una novità oltre la sequenza ordinaria di seminari, laboratori e incontri: 5 presidenti latinoamericani sono stati riuniti dai movimenti sociali ad una tavola rotonda seguita da 12mila persone.
Viviamo in America Latina un momento speciale, di forti intese verso un progetto politico-economico di integrazione. Il coordinamento del FSM non si é lasciato scappare l’occasione e ha voluto ricordare ai presidenti la loro origine e storia, l’appartenenza ideologica e affettiva alla base popolare in cui si sono formati e a cui hanno attinto idee, ispirazioni e appoggio.
Un ex tornitore meccanico, un vescovo della teologia della liberazione, un indio, un giovane economista e un soldato già arrestato per tentativo di golpe e poi scelto dalla gente come leader di un cambiamento possibile; Lula, Fernando Lugo, Evo Morales, Rafael Correa, Hugo Chavez hanno riconosciuto davanti ai movimenti sociali: “Siamo frutto della vostra lotta contro il neoliberismo”. Con una certa dose di populismo, hanno continuato: “Siamo riflesso di ciò per cui il popolo ha lottato. Una America indigena, meticcia, negra: dopo secoli, sta diventando realtà”. Tutti e cinque richiamano il socialismo del XXI secolo : “Siamo capaci di costruire un socialismo giusto e efficiente, con un ruolo equilibrato dello stato, un’attenzione specifica all’ambiente e la scelta di un modello di sviluppo responsabile e sostenibile”.
Michel Levi definisce quello di Lula un “social-liberismo”, una sorta di maquillage sociale su scelte di apertura totale dei mercati e delle risorse del paese. Ma, al di la delle contraddizioni e dei compromessi, innegabilmente la situazione politica latinoamericana attuale premia la resistenza popolare e il paziente tessuto di relazioni sociali e economiche alternative che il FSM ogni volta rilancia.
Evo Morales sfida la rete di movimenti ad allearsi con le istituzioni politiche, per articolare quattro grandi campagne internazionali:
– una campagna mondiale per la pace e la giustizia (richiama specialmente la Palestina, l’Afganistan e l’Iraq, trascurando anche lui le guerre dimenticate di molti paesi africani), a partire da una riforma radicale dell’ONU
– una campagna per un nuovo ordine economico internazionale; che esige una riforma radicale di BM e FMI, con la proposta che l’indicatore di sviluppo non sia più il PIL, ma l’indice di suddivisione della ricchezza
– una campagna per salvare il pianeta, che si basa sul mutamento dei modelli di consumo
– una campagna per la dignità umana contro il consumismo, per valorizzare l’umanità, le culture e i patrimoni locali, e seppellire il capitalismo
Al di là dei luoghi comuni e dei radicalismi, l’incontro dei presidenti lascia il sapore di un evento storico nel cammino dei FSM. Alcuni ospiti dall’estero, uscendone, commentano: “Vi immaginate un incontro di cinque presidenti in Europa… e parlando di questi temi?!”
Ora é tempo di dimenticare il Forum: l’evento si conclude e inizia il processo lento e ostinato di costruzione permanente del nuovo mondo possibile nelle dinamiche locali. É lì che si fa la differenza; perlomeno fino al prossimo incontro, che in molti chiedono possa tornare a realizzarsi in Africa.

Dal contesto di crisi globale di questi mesi dovranno però nascere e strutturarsi risposte coraggiose e urgenti, in radicale alternativa alle soluzioni del consumo di sempre. Prima che sia troppo tardi.

Per approfondire:

Lo speciale di Nigrizia:
WSF09: ripartire dalla terra

Il messaggio conclusivo del forum

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