Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il suo omologo israeliano Benjamin Netanyahu (Credit: Facebook)

Da oltre sessant’anni lo stato di Israele cerca di sviluppare una propria zona di influenza in Africa. Lo hanno fatto ancor prima diversi paesi occidentali che, con la loro politica coloniale e neocoloniale, hanno reso il continente africano quello che è oggi: economicamente sottosviluppato e dipendente da terzi.

Ma negli anni Sessanta l’approccio di Israele all’Africa fu diverso o addirittura opposto a quello di paesi europei come la Francia e l’Inghilterra. Esso fu solidale con i paesi africani che lottavano per l’indipendenza. Nel 1960 Israele riconobbe l’indipendenza del Mali e del Senegal.

Nel 1963 la premier israeliana Golda Meir strinse un’alleanza con il presidente kenyano, Jomo Kenyatta, con l’apertura di una ambasciata israeliana a Nairobi. Occorre sottolineare che il Kenya è stato una colonia britannica dal 1920 fino al 1963.

Il divenire delle relazioni israelo-africane ebbe, tuttavia, una grande battuta d’arresto negli anni ’70. La guerra arabo-israeliana del 1973 e l’embargo petrolifero imposto dalle monarchie del Golfo misero in crisi i rapporti tra Israele e l’Africa. I paesi dell’Africa subsahariana, sotto la pressione della Arabia Saudita, furono costretti a rompere le loro relazioni con lo stato israeliano.

L’Organizzazione dell’unità africana (Oua) a sua volta decise di interrompere i suoi rapporti con Israele (con il dissenso del solo Senegal, allora guidato da Abdou). All’epoca l’Egitto di Jamal Abdel Nasser e la Libia di Muammar Gheddafi erano molto influenti in seno all’Oua.

Inoltre, vi era un altro grosso problema che ostacolava le relazioni tra gli israeliani e gli africani, ovvero la questione palestinese. Molti paesi africani sostenevano l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Gran parte dei paesi del continente votavano a favore delle risoluzioni delle Nazioni Unite, le quali condannavano le prassi dello stato israeliano che calpestavano i diritti dei palestinesi, stabiliti dalla stessa Onu.

Le relazioni diplomatiche tornano a riallacciarsi

Ma a riportare le relazioni israelo-africane sulla via di una nuova normalizzazione furono due eventi.

Il primo, e geo strategicamente più significativo, riguarda gli accordi di Camp David del 1979 tra il governo egiziano e quello israeliano, che stabilirono la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi e l’apertura di un’ambasciata israeliana al Cairo e una egiziana a Tel Aviv. Da allora nessuno poteva pretendere dagli stati africani di tenere Israele fuori dalla porta.

Il secondo evento fu rappresentato in qualche modo dagli accordi di pace di Oslo del 1993 tra Israele e l’Olp. Molti paesi africani non sentivano più il dovere di difendere la causa palestinese perché i due popoli avevano finalmente raggiunto un’intesa per la pace. Pace mai avvenuta, tra l’altro.

Oggi Israele mantiene relazioni diplomatiche con 39 dei 54 paesi africani riconosciuti dall’Onu. Attualmente sono 13 le ambasciate di Israele in Africa, in Kenya, Etiopia, Angola, Sudafrica, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Ghana, Nigeria, Rwanda, Senegal e Sud Sudan.

Il Sudan sta diventando il terzo paese arabo ad annunciare la normalizzazione delle relazioni con Israele, dopo gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato nel febbraio di quest’anno, durante una visita ufficiale in Uganda, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo del consiglio sovrano del Sudan e uomo forte di Khartoum, “benedetto” dai sauditi. E l’Uganda stessa sta pensando di aprire una sua ambasciata in Israele.

Attualmente i paesi africani che non riconoscono lo Stato di Israele sono: Algeria, Comore, Gibuti, Mali, Marocco, Niger, Somalia e Tunisia.

Un mercato importante per Israele

Diverse sono le ragioni del sempre più evidente interesse degli israeliani per il continente nero. Israele, diventato oggi una grande potenza regionale, trova nell’Africa un mercato promettente per la propria economia. Diverse aziende israeliane operano oggi in molti paesi africani: nell’agricoltura, nel campo dell’energia (in quella solare in particolare), nel settore della tecnologia avanzata ed altri ancora. Nel commercio spicca l’attività legata alla compravendita delle pietre preziose, come i diamanti.

Tuttavia, è la sfera militare, di sicurezza e di intelligence che ha sempre interessato lo stato israeliano nei suoi rapporti con l’Africa. Israele vende armi, da quelle leggere ai missili sofisticati, a molti paesi africani. I servizi di intelligence e di sicurezza che gli israeliani forniscono sono particolarmente apprezzati da molti leader africani.

A tal proposito, Israele ha offerto i suoi servizi a diversi regimi dispotici minacciati dall’interno, come il caso di Hissène Habré in Ciad, Mobutu Sese Seko nello Zaire (l’attuale Repubblica democratica del Congo) e Gnassingbé Eyadéma in Togo.

L’establishment israeliano è molto rinomato per le sue competenze in materia di sicurezza nazionale. Negli ultimi 15 anni, il terrorismo di matrice islamista è dilagato in diverse parti dell’Africa. E per questo motivo gli israeliani oggi sono molto attivi in diversi paesi africani per contribuire alla lotta contro il terrorismo.

Ma di fronte a questa situazione sorge un interrogativo: è coerente combattere il terrorismo da un lato e avere buoni rapporti con le monarchie arabe del Golfo che da decenni esportano intenzionalmente il jihadismo salafita in tutto il mondo? Non è una contraddizione?

In realtà sotto l’ombrello della lotta al terrorismo islamista vi è un elemento di fondamentale importanza, ovvero il posizionamento geostrategico di Israele in Africa. L’intento è quello di acquisire l’alleanza di più paesi possibili per isolare il nemico.

Il nemico del mio nemico… è mio amico

La strategia geopolitica dello stato di Israele si è sempre basata sulla “dottrina della periferia” che consiste nel creare delle alleanze con paesi che confinano con una data nazione, o coalizione di nazioni che minacciano la sicurezza di Israele.

Questa dottrina fu messa in pratica a partire dal 1958 dal primo ministro israeliano David Ben Gurion, il quale riuscì a creare un’alleanza periferica con l’Iran, sotto la dittatura dello Scià, con l’Etiopia del despota Hailé Selassié e con la Turchia sotto l’egemonia del partito conservatore Demokrat Parti. Lo scopo fu quello di circondare e indebolire i paesi arabi del Medio Oriente.

Questa offensiva geostrategica nei confronti degli arabi è durata per circa sessant’anni, fino al riavvicinamento tra le monarchie arabe del Golfo e Israele negli ultimi anni. Oggi il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti – vassalli dell’Arabia Saudita – hanno normalizzato le loro relazioni diplomatiche con Israele.

Questa svolta epocale deriva dal fatto che entrambe le realtà hanno un nemico comune: l’Iran. Dopo la rivoluzione iraniana del 1979, che portò al potere il clero sciita, il paese persiano del Golfo diventò il nemico da combattere sia per le petro-monarchie conservatrici arabe che per Israele. Oggi l’Iran è diventato una potenza regionale. I regimi arabi lo considerano una minaccia per la loro esistenza.

Temono che la suddetta rivoluzione possa attecchire anche da loro e che l’Iran possa soffocare la loro economia (basata quasi esclusivamente sul petrolio). L’establishment israeliano considera la crescente influenza dei persiani in Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen) un pericolo perché potrebbe ridurre l’egemonia di Israele in questa regione ed imporre ad esso un approccio diverso alla questione palestinese.  

La rinnovata capacità della potenza militare navale della Repubblica islamica dell’Iran nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso costituisce oggi un ulteriore elemento di preoccupazione per Israele. Il quale intende contrastare il potere di Teheran sia attraverso la propria accresciuta presenza in questa zona, sia attraverso la normalizzazione dei propri rapporti con un numero crescente di Stati della regione, quelli del Corno d’Africa in particolare.

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Sudan e Iran, nel 2016, ha aperto una nuova opportunità per Israele, poi concretizzatasi successivamente alla caduta del regime di Omar El-Bashir nell’aprile del 2019. Oggi il Sudan fa parte dell’asse regionale anti-iraniano.

Di conseguenza, la capacità politica e militare di Israele nella regione del Mar Rosso e del Corno d’Africa è fortemente aumentata dal 2016 ad oggi, perseguendo un duplice fine: assicurare la stabilità delle rotte commerciali dirette verso i porti israeliani e contrastare la crescente presenza militare dell’Iran nel Mar Rosso.

L’establishment israeliano, sotto l’egida di Netanyahu, è riuscito a costruirsi un portafoglio di Stati africani pronti ad appoggiarlo sulla scena internazionale.

A dicembre, ad esempio, undici paesi africani (Tanzania, Angola, Camerun, Repubblica del Congo, Repubblica democratica del Congo, Costa d’Avorio, Etiopia, Sud Sudan, Kenya, Rwanda e Zambia) hanno partecipato all’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, in barba alla risoluzione Onu che sancì che Gerusalemme Est deve essere la capitale dello Stato palestinese (l’Onu non riconosce Gerusalemme, ma Tel Aviv, come capitale di Israele).

Oggi Israele si comporta come un autentico paese coloniale. Beffeggia il diritto internazionale sia nell’ambito dei trattati internazionali che in quello dei diritti umani.

La Francia “ruba” l’uranio al Niger per soddisfare i suoi fabbisogni energetici, Israele fa altrettanto con le pietre preziose nella Repubblica democratica del Congo. L’Africa progress panel ha riferito nel 2013 che l’uomo d’affari israeliano Dan Gertler aveva sottratto al suddetto paese ben 1,36 miliardi di dollari di entrate derivanti dalle licenze minerarie.

Israele ha ratificato l’accordo internazionale per la certificazione dei diamanti grezzi che propone di combattere l’acquisto e il commercio di diamanti per scopi militari. Ma le pratiche dei suoi magnati sembrano essere esonerate da questo trattato.