Egitto / Politica
Il presidente egiziano Al-Sisi dal suo viaggio in Europa ha ottenuto la legittimazione internazionale del proprio potere. È stato accettato dalla diplomazia occidentale e questo è il più bel "souvenir" che poteva portare a casa. Ha sfruttato il momento favorevole, distogliendo l'attenzione dai problemi che affliggono il suo paese.

Al-Sisi, il generale diventato, come i predecessori, presidente dell’Egitto può essere decisamente soddisfatto del suo primo viaggio europeo conclusosi ieri in Francia dopo la tappa in Italia. L’obiettivo di fondo, farsi accettare dalla diplomazia occidentale e dall’opinione pubblica, è stato pienamente centrato. Del resto nel suo bagaglio aveva argomenti forti: Libia, conflitto israelo-palestinese, terrorismo internazionale.

In tutti e tre gli scenari, che preoccupano fortemente l’Europa, l’Egitto, per la sua posizione geostrategica, occupa un ruolo centrale, e Al-Sisi ha sapientemente messo a frutto il momento favorevole. A Roma come a Parigi, dal premier Renzi al presidente Hollande, ha ricevuto quella legittimazione internazionale di cui andava in cerca. Per superare la destabilizzazione che coinvolge il mondo arabo, la crisi economica, la mancanza di legittimità interna, Al-Sisi aveva bisogno di solide sponde esterne, e queste gli sono state concesse.
A questo punto contano meno le eventuali divergenze sul come intervenire in Libia o sui passi avanti possibili nella crisi israelo-palestinese. Inoltre il blando richiamo, da Roma come da Parigi, alla necessità di completare il processo democratico è suonato come accondiscendenza piuttosto che come monito.

Accordi politici, economici, investimenti e forniture militari hanno letteralmente sepolto il grido di dolore che si leva dalla società egiziana. Un solo esempio testimonia il clima nel paese. Le Ong egiziane per la difesa dei diritti umani, per paura di rappresaglie, non si erano neppure presentate all’inizio di novembre a Ginevra durante l’esame periodico dell’Egitto davanti al Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Anche in quella sede, in nome della lotta al terrorismo interno e internazionale, gli argomenti del regime egiziano sono stati accettati a stragrande maggioranza.

Rimane a questo punto un comprensibile timore da parte da parte delle associazioni, dei giornalisti e delle centinaia di persone che sono in prigione per aver protestato pacificamente.

Il regime vorrebbe imporre alle organizzazioni di registrarsi secondo una legge del 2002, contraria al principio di libertà di associazione prevista dalla nuova Costituzione del gennaio di quest’anno. In tal caso le Ong si troverebbero sotto la supervisione governativa per qualsiasi progetto e fonte di finanziamento, perdendo ogni indipendenza dal potere. Di recente sono diverse le associazioni che hanno dovuto chiudere, e alcune Ong straniere se ne sono dovute andare, come la Fondazione Carter. L’obiettivo è chiaramente quello di impedire una società civile organizzata e indipendente, e lo spazio di libertà e discussione.

Non meno preoccupante è la situazione dell’informazione. Con la scusa della caccia ai Fratelli musulmani, come denunciano Reporters sans frontières, sono decine i giornalisti arrestati, messi in prigione, o processati con procedure sbrigative. È accaduto a tre giornalisti della tv Al Jazeera condannati a pene da 7 a 11 anni. Il risultato, volutamente ricercato, è stato quello dell’allineamento dell’informazione al regime. Infine il buco nero degli arresti e dei massacri nei confronti dei sostenitori dell’ex presidente Morsi, leader dei Fratelli musulmani, all’indomani della sua destituzione nel luglio dello scorso anno, e che sono poi continuati. Oggi il movimento fondamentalista ha indetto un venerdì di protesta per il ristabilimento della charia, la legge islamica, e si annuncia un altro giorno di violenze da una parte e di repressione dall’altra.

Lo stato d’animo oggi nel paese è tragicamente rappresentato da Zeinab Al-Mahdi, una giovane di 22 anni diplomata all’università di Al- Azhar, che si è tolta la vita 15 giorni fa. Dapprima vicina ai Fratelli musulmani, se ne era allontanata delusa, e aveva seguito i nuovi compagni della rivoluzione di piazza Tahrir. Il ritorno dei militari al potere le aveva tolto ogni illusione. «Ne ho abbastanza, non ha nessuna utilità», ha lasciato scritto sulla sua pagina Facebook. Una generazione si spegne per mancanza di speranza.

Nella foto in alto il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi accolto dal presidente del consiglio Matteo Renzi  a Roma il 24 novembre scorso. (Fonte: FilippoMonteforte/AFP)