Owiny Hakim
Un cammino lungo 75 giorni e più di 2.000 chilometri da Kampala, in Uganda, ad Addis Abeba, in Etiopia. Lo sta affrontando un attivista ugandese con un obiettivo: risvegliare le coscienze dei giovani per spingerli a costruire un futuro migliore.

Lui si chiama Owiny Hakim, è ugandese, ha 33 anni e si è messo in cammino. Zaino in spalla e due bastoni da passeggio per affrontare i percorsi più difficili, Owiny percorrerà oltre duemila chilometri con un obiettivo: risvegliare la coscienza dei giovani africani e il senso di responsabilità. E far conoscere loro gli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Unione africana.

Tutto questo attraverso un viaggio di 75 giorni fino ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Il viaggio è cominciato a Kampala il 1° giugno e ora Owiny è già in Kenya. Lungo il percorso incontra studenti, membri delle comunità, esponenti della società civile, per scambiare idee e progetti, quelli sul futuro.

“Youth driving change” (Favorire il cambiamento nelle giovani generazioni) è il modo in cui questo giovane uomo intende dare – come afferma – il suo contributo alla società. «Il cambiamento del nostro ambiente comincia da noi, dalle scelte che facciamo a livello personale. Ogni singola persona ha questa responsabilità e se davvero vogliamo cambiare il futuro dell’Africa e dei suoi giovani, allora dobbiamo cominciare da noi».

Owiny non ha sponsor ufficiali ma un network di amici e sostenitori che credono in lui. Finora hanno raccolto 1.300 dollari. Inoltre, conta sulla cortesia delle persone che incontra lungo il cammino. «Un modo – ci dice in una chiacchierata su Whatsapp mentre si trova a Nairobi – per testare la nostra cultura, la nostra ospitalità».

Un’azione “strana” la sua, secondo alcuni. E che incute addirittura sospetto. Dopo soli quattro giorni di marcia, arrivato a Jinjia (lì dove c’è la sorgente del Nilo), ha pensato bene di rivolgersi alla stazione di polizia, che era di strada, per un alloggio. Gli hanno chiesto chi gli avesse dato il permesso di fare quello che stava facendo. Lui ha semplicemente risposto «Se sto facendo qualcosa contro la legge allora potete arrestarmi. Dopotutto sono già qui…».

In Uganda, dove non si può fare politica (c’è ufficialmente il multipartitismo ma un solo uomo al potere da 33 anni), ogni gesto diventa politico, potenzialmente pericoloso. Owiny più che alla politica pensa a un futuro diverso. Lo stesso di cui parlano tanti verbosi documenti ufficiali. A tali documenti questo giovane ugandese – che un anno fa si è iscritto all’Università per non smettere di imparare – vuole dare un senso. A partire dall’Agenda 2063 dell’Unione Africana. “The Africa we want”, l’Africa che vogliamo, è il manifesto del documento.

Un’Africa di opportunità e cambiamenti positivi per tutti, da realizzare nel giro di pochi decenni. Un’utopia, se si guarda alle condizioni delle milioni di persone che vivono ai margini. Secondo la Banca mondiale, in Africa sub-sahariana ci sono almeno 413 milioni di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno. Ma per Owiny è davvero importante condividere con i giovani l’Agenda 2063 e i suoi obiettivi. «Se i ragazzi e le ragazze si sviluppano come individui, allora potranno creare una famiglia e quindi una società di valore».

Durante il cammino il giovane ugandese va soprattutto nelle scuole, dove fa un gesto simbolico: nomina uno o più studenti ambasciatori dell’Agenda 2063 dell’Unione africana. «In questo modo – spiega – i ragazzi avranno la responsabilità di condividere i sette punti del documento, comprenderli e dare il loro singolo contributo affinché tali aspettative vengano raggiunte».

Certo. il cammino di Owiny non è sempre ben accolto. A Malaba, confine occidentale tra Uganda e Kenya, la polizia di frontiera gli ha dato non poco filo da torcere e lo stesso è accaduto quando è riuscito a passare dall’altra parte, in Kenya. Tanto che uno degli amici sostenitori (ex ingegnere petrolifero e docente alla Makarere University) gli ha dovuto inviare una lettera di presentazione.

A rendere ancora più sospettosi gli ufficiali, i visti sul suo passaporto: India, Germania, Hong Kong e anche Italia. Nel 2012 la Comunità di San Patrignano lo ha invitato a Rimini, ci dice, nell’ambito del Breakdance project a cui si era avvicinato quando aveva lavorato nel distretto di Kitgum (Nord Uganda, da dove tra l’altro proviene), nell’ambito di un progetto sui bambini soldato.

Quando riesce – e fa una pausa – il maratoneta africano racconta il suo viaggio (e i suoi incontri) su un blog, Youth driving change. Chissà quante altre avventure prima di raggiungere la capitale etiope dove c’è in programma l’incontro con il rappresentante dei giovani dell’Unione africana.