ECONOMIA IN BIANCO E NERO – GIUGNO 2017
Riccardo Barlaam

La via della seta, duemila anni fa, era un reticolo di 8 mila chilometri che collegava l’impero romano all’impero cinese: strade, vie marittime e fluviali lungo le quali si sono sviluppati i commerci e le economie. La nuova via della seta lanciata dal presidente Xi Jinping nelle scorse settimane fa parte del progetto One Belt One Road e ha il volto della globalizzazione inclusiva e pragmatica cinese. Contro il protezionismo arcigno e i muri di Donald Trump. Il nuovo piano di espansione è formalizzato in 16 punti sottoscritti da una trentina di capi di stato e di governo.

La strategia del gruppo dirigente di Pechino è quella di continuare a fare affari con tutti, di espandere i mercati, di aprire le frontiere, di facilitare gli scambi. Come ai tempi di Marco Polo. A loro modo, però. Secondo la loro tradizione e la loro strategia. Cercando soluzioni vantaggiose per tutti. In quella che i cinesi chiamano “shuang ying”, ribattezzata dagli inglesi “win win situation”. Dove vincono tutti. Senza interferire negli affari interni dei paesi partner. Senza fare troppa attenzione ai diritti umani. Senza badare se il paese con cui si coopera è guidato da un leader democratico o da un dittatore. Da Mandela o da Mugabe. Per loro è lo stesso.

In ogni caso, toccherà 65 paesi il piano di Pechino per lanciare la nuova via della seta a suon di investimenti miliardari così da realizzare o migliorare nei prossimi cinque anni le infrastrutture via terra, via mare e ferroviarie. In Europa, Asia e anche in Africa. In quell’Africa che da più di un decennio ha Pechino quale primo partner economico. L’amico con cui fare affari. A cui chiedere aiuto. E al quale concedere le preziose materie prime di cui la ormai prima potenza economica mondiale ha bisogno per placare la sua inesauribile sete energivora da produzione in aumento costante.

L’agenzia di stampa cinese Xinhua dice che gli investimenti per realizzare la nuova via della seta hanno già superato i 50 miliardi di dollari. Un biglia lanciata veloce che ne muoverà altre sul suo cammino. Credit Suisse stima che la nuova via della seta nei prossimi cinque anni genererà investimenti infrastrutturali – strade, autostrade, porti, terminal logistici, linee ferroviarie – per 502 miliardi di dollari in 65 paesi. Molti saranno in Africa.

One Belt One Road

L’iniziativa One Belt One Road (Obor) è supervisionata dalla Commissione nazionale di sviluppo e riforma, dai ministri degli esteri e del commercio. Anche attraverso Obor, Pechino intende nel lungo periodo raddoppiare del Pil e creare nuovi legami internazionali, in linea con il 13° piano quinquennale.