È un “mal d’Africa” nuovo e diverso quello che mi coglie, rinchiuso in casa col divieto di viaggiare, sfogliando le illustrazioni straordinarie del libro di Ekow Eshun pubblicato da Einaudi: L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente. Ahimè costoso (70 euro) come lo sono sempre i volumi chiamati a riprodurre fedelmente immagini che sono anche opere d’arte.

La povera rivista comboniana che mi ospita non si scandalizzerà certo del seno femminile scoperto e annerito che figura in copertina, in uno dei ritratti di Lina Iris Viktor, artista di origine liberiana che vive tra Londra e New York, ma anche lì dà vita a cosmologie tribali immerse nell’arte tessile africana. Fra i 51 autori raccolti in questa antologia ce ne sono diversi diasporici che vivono tra l’Europa e l’America, ma vi sfido a distinguere le loro opere da quelle di chi è nato e continua a vivere in Africa.

Tutti insieme ci comunicano un fatto ormai compiuto: l’Africa vista finalmente da sé stessa è avanti, molto avanti. Di fronte alla vulnerabilità planetaria rivelata dalla pandemia Covid-19, questa autorappresentazione già consolidata in precedenza evidenzia una potenza e un’autorevolezza culturali che le assegnano una funzione d’avanguardia. Chiama rispetto e ammirazione.

Ritrovo, certo, sfogliando le fotografie, l’inquietudine provata nella bolgia delle megalopoli, l’ugandese Kampala e la gigantesca nigeriana Lagos, su tutte. Ritrovo la desolazione e la vitalità incontrate nei miei viaggi da giornalista e la bellezza incomparabile dei miei viaggi da turista. Ma non è questo il punto.

Lo stupore mi coglie di fronte alla capacità di reinterpretarsi in chiave contemporanea. Come giustamente spiegato nell’introduzione, l’africanità intesa come spazio psichico – uno stato della mente – oltre che come luogo fisico. Una ricerca culturale capace anche di ricorrere, quando serve, all’autoironia, per seppellire definitivamente gli stereotipi vetero-coloniali del continente nero da civilizzare, rinchiuso fra l’esotico e l’erotico.

Vorrei citarvi l’eleganza straniante dei ritratti di Omar Victor Diop, senegalese di Dakar; e la sensualità con cui una fotografa militante di Johannesburg, Jodi Bieber, lascia che si scelgano la posa i corpi femminili solo in apparenza sformati delle sue “modelle” volontarie; la follia visionaria maghrebina trasfigurata di Hassan Hajjaj; i ritratti mistici ispirati al sufismo di una fotografa dal cognome italiano (è nata in Veneto), Maimouna Guerresi, che da Milano fa la spola col Senegal delle sue origini.

Tutto ciò mi è impossibile, in una modesta colonna d’inchiostro. Spero dunque almeno di trasmettervi la sensazione del nuovo “mal d’Africa” che, attraverso l’arte della fotografia, promette un ribaltamento dei luoghi comuni con cui fino a ieri perpetuavamo l’equivoco di un continente destinato a restare eterna periferia. 


L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente

Dalla Liberia al Marocco, 51 fotografi raccontano un continente. Il giornalista e scrittore, Ekow Esuh, che lo ha curato, mostra il lavoro dei fotografi africani dell’ultima generazione, quella che ha prodotto il meglio del suo lavoro in questo inizio di millennio. E ciò che emerge non quadra con l’immagine dell’Africa che i media planetari hanno raffigurato come di un continente fallito, dissanguato dall’emigrazione e svenduto ai cinesi.

«Sbarazzandosi di una visione occidentale stereotipata, Eshun esplora i modi attraverso i quali i fotografi contemporanei illustrano l’Africa. Dalle tentacolari realtà urbane a paesaggi in continua evoluzione, dalle eredità coloniali e postcoloniali alle tematiche legate al genere, alla sessualità e all’identità, i fotografi compresi nel volume cercano di comprendere cosa significhi realmente vivere in Africa oggi, catturandone i paradossi, le complessità, i drammi, le promesse e le quotidiane meraviglie del suo immaginario».