Sinodo / Comboniani

Racconti e testimonianze di missionarie e missionarie in prima linea nella difesa dell'ambiente e delle popolazioni contro le devastanti violazioni operate dalle multinazionali.

Nel Centro pastorale San Lorenzo, accanto al Vaticano, risuonano note, colori, canti e gesti dell’Amazzonia. Ci abbracciamo attorno ai segni di Madre Terra. Preghiamo con il calore della Parola di Dio. Soprattutto ci mettiamo in ascolto dei suoi testimoni.

Antonia Flavia, giovane madre impegnata per la lotta a difesa della sua terra ci racconta il dramma del suo villaggio in Brasile: Piquia do Baixo, nella citta di Acailandia in Amazzonia. Quando la gente venne ad abitare il suo villaggio negli anni ’60 del secolo scorso la foresta manteneva tutti nell’abbondanza dei suoi frutti. La gente aveva una relazione di profonda armonia con il creato.

Poi sono arrivate la multinazionale Vale e le imprese siderurgiche, confermando come l’Amazzonia sia nel cuore di grandi progetti di estrazione mineraria. Mentre la gente soffre per essere stretta tra la ferrovia e le industrie del ferro. Con alberi e pesci ormai devastati dall’inquinamento. Ma anche gli abitanti sono allo stremo, minacciati da fumi e polveri che provocano malattie respiratorie, tosse, mal di testa e irritazioni agli occhi.

Non gli è rimasto che attrezzarsi, coordinati dai leader comboniani, per organizzare la resistenza e la richiesta della tutela dei diritti umani basilari come casa e salute. Lo fanno attraverso una metodologia di lotta nonviolenta fatta di manifestazioni, ricostruzione delle case in altri luoghi, di danze…

Suor Nilma ci presenta la vita delle missionarie comboniane, in Amazzonia al fianco del popolo dal 1974. Per condividere la vita con la gente, formare i leaders delle CEB (Comunità ecclesiali di base), donne e catechisti. Tra denuncia delle ingiustizie e annuncio del Vangelo. Per passare il messaggio della prossimità e del protagonismo degli ultimi. Come hanno tentato di fare Rosa, comboniana per tanti anni in Amazzonia e poi stroncata da un tumore, Luiza e Lucia, appassionate della foresta e dei popoli indigeni, a cui hanno offerto la loro intera vita, spezzata in un incidente stradale lungo la strada transamazzonica.

Aldo Pusterla, missionario comboniano a Borbon, in Ecuador, racconta dell’ evoluzione del villaggio e dei suoi abitanti. Negli anni ottanta del secolo scorso la foresta dava a tutti riparo e abbondanza di frutta e pesce. I suoi abitanti, in grande maggioranza discendenti degli antichi schiavi provenienti dall’Africa, hanno vissuto in armonia speciale con la natura, considerata sacra. Si entrava in dialogo chiedendo alla foglia perdono prima di coglierla. Si toccava l’acqua del fiume e ci si faceva un segno di croce per rispetto alla fonte della vita. Gesti e segni che traducono il Vangelo del quotidiano.

Fino alla fine degli anni ’90 quando entrano in scena le multinazionali del profitto e della distruzione: 200.000 ettari di foresta in fumo, legna rubata, scavatori in ogni angolo alla ricerca di oro e minerali preziosi. E soprattutto fiumi inquinati dai residui dei minerali, vite minacciate, fame, migrazioni verso le città. E’ cominciata così la lotta per la vita delle comunità indigene sostenute dai missionari. Con l’appoggio del vescovo Eugenio Arellano sono arrivati a denunciare i crimini allo Stato. Le analisi effettuate sulle acque hanno dimostrato che queste non sono adatte nemmeno per il consumo animale.

Nel 2011 una legge dello Stato ha riconosciuto che quelle miniere sono illegali. Ma lo strapotere del dio denaro e delle multinazionali, la relega a carta straccia.

La lotta per la vita continua. L’Amazzonia non si arrende. Il suo grido passa dal Sinodo per arrivare al cuore del mondo. E spingerlo a dare finalmente quel cambio di passo che sovverte la storia.