Quale impatto sull’ambiente?
Al via i lavori, in Kenya, per la costruzione del porto petrolifero di Lamu, destinato a divenire il centro di lavorazione e smistamento per il greggio proveniente dal Sud Sudan. Presenti alla cerimonia il presidente kenyano Mwai Kibaki, il suo omologo sud-sudanese Salva Kiir e il primo ministro etiopico Meles Zenawi. Inascoltate le proteste della popolazione locale.

Il porto petrolifero di Lamu si farà. Anzi, si sta già facendo e dovrà essere completato in tempi brevi – l’apertura è prevista nei primi mesi del 2014 – nell’interesse dello sviluppo economico di tutta la regione: Kenya, Sud Sudan ed Etiopia in primis. Non a caso oggi, la cerimonia per la posa della prima pietra è stata fatta “a sei mani”, quelle di Mwai Kibaki, Salva Kiir e Meles Zenawi.

A nulla sono valse le nuove proteste inscenate ieri dalla popolazione locale che rivendica il diritto di tutela del proprio territorio, accusando il governo di aver agito unilateralmente imponendo il progetto senza alcuna consultazione popolare e senza che sia mai stata svolta un’accurata valutazione degli impatti sull’ecosistema. La società civile locale, sostenuta da gruppi di organizzazioni ambientaliste, ha lanciato una raccolta di firme online a sostegno di una petizione per la sospensione del progetto di costruzione del porto e aperto una sua pagina sui principali social network: Facebook e Twitter.

Preoccupazioni espresse anche dall’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione (Unesco) che dal 2001 si è impegnata a tutelare la città vecchia di Lamu in quanto patrimonio dell’umanità. L’Unesco accusa il governo di non aver fornito adeguati dettagli sul progetto di sviluppo del porto, che sarà realizzato ai margini di una zona di 60.000 ettari sulla costa nord, designata trentadue anni fa dall’Organizzazione, a Riserva della Biosfera e sede del Progetto Biosfera.

L’arcipelago rappresenta, infatti, una regione di grande importanza per la conservazione ambientale: incontaminate distese di spiagge bianche e foreste di mangrovie che immergono le radici in un mare di alghe e coralli. Un ecosistema fondamentale per la riproduzione di una decina di specie di tartarughe marine ed anche habitat naturale del dugongo, mammifero erbivoro marino parente del lamantino, oggi in via di estinzione. Un paradiso fatto di delicati equilibri destinati ad essere sconvolti.
Al terminal di Lamu sorgeranno una raffineria – capacità stimata di 125.000 barili al giorno, costo stimato 2,8 miliardi di dollari – e un aeroporto internazionale. Da Lamu partirà anche un nuovo oleodotto di collegamento che attraverserà la costa keniana fino al porto di Mombasa, terminal della linea di trasporto del greggio proveniente dall’Uganda.

Secondo lo studio dell’Unesco, il nuovo porto potrà ormeggiare 22 super-petroliere. Il drenaggio causato dal loro transito provocherà cambiamenti nelle correnti sottomarine con notevoli danni per l’ambiente sottomarino e per la pesca.

Alle richieste di chiarimenti e di maggior trasparenza espresse da più parti in questi ultimi mesi, il governo ha risposto finora, unicamente con generiche rassicurazioni verbali, ribadite anche oggi dal presidente Kibaki che ha invitato la popolazione a guardare ai benefici generati da porto e corridoio: accesso garantito e costante ad acqua ed elettricità, strade, posti di lavoro per i giovani e nuove scuole.

Il porto di Lamu, d’altronde, rappresenta il cuore di un ambizioso progetto di sviluppo economico regionale, il Lamu Port-South Sudan-Ethiopia Transport Corridor (LAPSSET), una rete di nuove infrastrutture costituita da ferrovie, autostrade e oleodotti per il trasporto di greggio dal Sud Sudan all’oceano Indiano, parte del più ampio programma Kenya Vision 2030. (m.t)