L’ex presidente assolto dalla Cpi
Dopo due anni di processi alla Corte penale internazionale (Cpi), il 15 gennaio i giudici hanno fatto cadere tutte le imputazioni contro l’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo e il suo ministro Charles Blé Goudé.

Secondo il giudice Cuno Tarfusser i pubblici ministeri «non sono riusciti a dimostrare l’esistenza di un piano comune per mantenere Gbagbo al potere che includesse il reato di crimini contro i civili».

Gbagbo era accusato, assieme al suo ex ministro della Gioventù e leader delle milizie Charles Blé Goudé, di omicidio, stupro, persecuzione e atti disumani, commessi durante le violenze post-elettorali del 2010-2011, quando rifiutò di cedere il potere al presidente eletto, Alassane Ouattara e organizzò la resistenza armata. In quei mesi morirono circa 3.000 persone. Gbagbo e la moglie furono arrestati infine grazie all’intervento della Francia a fianco degli ex ribelli delle Forze Nuove (FN), fedeli a Ouattara, che marciarono sulla capitale.

Dopo sette anni di detenzione, per il 73enne ex presidente però, non sembra ancora arrivato il momento di un ritorno a casa. Nel decretare la sua innocenza, i giudici dell’Aja hanno ordinato l’immediata scarcerazione, rifiutando la richiesta dei pubblici ministeri di estendere la sua detenzione – e quella di Blé Goudé – fino alla presentazione del loro ricorso in appello.

Ma la decisione è stata ribaltata pochi giorni dopo dai cinque membri della Camera d’appello (Appeals Chamber) che hanno stabilito che i due restino in carcere, almeno fino a quando la commissione d’appello non avrà esaminato la decisione della Corte di rilasciarli. La nuova udienza è fissata al 1° febbraio.

I giudici del riesame hanno sostenuto gli argomenti dell’accusa, secondo cui Gbagbo, una volta libero, potrebbe non tornare per future udienze in tribunale. Sua moglie Simone, anche lei oggetto di un mandato di cattura della Cpi, vive in Costa d’Avorio dopo essere stata condannata a 20 anni di carcere e in seguito amnistiata dallo stesso Ouattara. Le autorità ivoriane hanno affermato di non avere nessuna intenzione di consegnare l’ex first lady e che “non manderanno più ivoriani alla Cpi”.

Il rientro in patria di Laurent Gbagbo avrebbe pesanti conseguenze, in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Nonostante la prolungata assenza, infatti, la sua influenza sulla politica ivoriana è rimasta forte. Con la coalizione di Ouattara indebolita e l’opposizione divisa, il ritorno suo ritorno potrebbe ridefinire il quadro politico prima del voto. Il suo sarebbe dunque un rientro in pompa magna, con alle spalle l’assoluzione dalle accuse di crimini contro il suo popolo che ne farebbero l’immagine del successo nella lotta contro Ouattara e pregiudizi occidentali.  

La sentenza di assoluzione della Cpi è stata letta infatti come l’ennesima sconfitta per l’accusa, a pochi mesi dal rilascio dell’ex vicepresidente congolese Jean-Pierre Bemba, già condannato per crimini di guerra, e dopo l’assoluzione per insufficienza di prove nel 2015 della coppia formata dal presidente kenyano Uhuru Kenyatta e dal suo vice William Ruto. Resta invece ricercato da 10 anni il capo dello stato sudanese Omar Hassan al-Bashir, accusato di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio.  

Negli ultimi 15 anni i pubblici ministeri hanno ottenuto solo tre condanne, nonostante le crescenti accuse nei confronti del tribunale internazionale, di incriminare solo personalità africane.