2.505.000 gli stranieri che lavorano regolarmente in Italia. 404.000 gli stranieri disoccupati, la maggior parte donne. Solo il 2% degli stranieri ha un lavoro qualificato

A fronte di un lievissimo aumento annuo di residenti stranieri, che a fine 2019 erano 5.306.500 (+0,9%), l’8,8% di tutta la popolazione residente in Italia, per la prima volta, dopo anni, i soli non comunitari regolarmente soggiornanti sono diminuiti di ben 101.600 unità (-2,7%), arrivando a poco più 3.615.000.

Di riflesso è aumentata la presenza di non comunitari irregolari, i quali, stimati in 562.000 a fine 2018 e calcolato che – anche per effetto del decreto “sicurezza” varato in tale anno – sarebbero cresciuti di ben 120-140.000 unità nei 2 anni successivi, a fine 2019 erano già stimati in oltre 600.000 e a fine 2020 avrebbero sfiorato i 700.000, se nel frattempo non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate a farne emergere circa 220.000, in stragrande maggioranza dal lavoro in nero domestico.

Del resto, l’ulteriore crollo del numero di migranti forzati sbarcati nel paese (circa 11.470: -50,9% rispetto ai 23.370 del 2018 e -90,4% rispetto ai 119.000 del 2017), non solo ha confermato la fine della cosiddetta “emergenza sbarchi”, ma ha contribuito a svuotare i centri di accoglienza, i cui ospiti sono scesi da 183.800 nel 2017 a 84.400 a fine giugno 2020: quasi 100.000 migranti fuoriusciti in appena 2 anni e mezzo, moltissimi dei quali si sono dispersi sul territorio, andando a ingrossare le fila già assai nutrite di irregolari.

La perdurante mancanza, dal 2011, di una programmazione dei flussi in ingresso di lavoratori stranieri ne ha ulteriormente ridotto l’incidenza, sia nello stock dei soggiornanti (25,7%, inclusi gli stagionali, contro il 53,6% dei motivi di famiglia), sia tra i 177.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2019 (6,4% per lavoro, a fronte di ben il 56,9% per famiglia).

Inserimento sociale

Il processo di inserimento e radicamento degli stranieri nel tessuto sociale è confermato da diversi indicatori, ma si congiunge a crescenti evidenze di fragilità ed emarginazione.

Sebbene nell’anno scolastico 2018-2019 gli 858.000 alunni stranieri siano arrivati a incidere per il 10,0% sull’intera popolazione scolastica nazionale e ben 2 su 3 (64,5%) siano nati in Italia (553.000), restano alte le difficoltà di partecipazione alla didattica e di conseguimento di livelli medi soddisfacenti di preparazione, condizionando la marcata canalizzazione, alle superiori, verso istituti tecnici (38,0%, contro una media complessiva del 31,3%) o professionali (32,1% contro 18,7%) piuttosto che verso licei (29,9%, contro 50,5%), oltre che un progressivo calo dell’incidenza di studenti stranieri nei gradi superiori (dall’11,5% della primaria al 7,4% delle superiori) e all’università (5,4%, pari a 15.900 immatricolati su un totale di 297.000 nell’anno accademico 2019/2020).

Anche l’accesso alla casa, complice la crisi indotta dall’emergenza Covid-19, rischia di subire, per gli stranieri, gravi complicazioni: se ancora nel 2019 il 21,8% di essi ne abitava una di proprietà (contro l’80% degli italiani), il 63,6% una in affitto, il 14,6% alloggiava o presso il proprio datore di lavoro o presso parenti o connazionali, a fine 2020 si calcola un crollo delle compravendite di immobili da parte di stranieri (-52,7%), della relativa spesa media (85.000 euro) e della qualità delle case da loro acquistate (per lo più bilocali di ampiezza media di 55 mq).

Mercato del lavoro “etnico”

I 2.505.000 stranieri che hanno lavorato regolarmente in Italia nel 2019 (solo per il 43,7% donne) costituiscono il 10,7% di tutti gli occupati del paese, a fronte di altri 404.000 stranieri disoccupati (di cui le donne rappresentano stavolta ben il 52,7%) che incidono per il 15,6% tra tutti i disoccupati del paese.

Il mercato del lavoro italiano appare ancora una volta rigidamente scisso su base “etnica”, con le occupazioni più rischiose, di fatica, di bassa manovalanza e sottopagate ancora massicciamente riservate agli stranieri, che vi restano inchiodati anche dopo anni di servizio e di permanenza nel paese: circa 2 su 3 di essi svolge lavori non qualificati o operai (63,6%, contro solo il 29,6% degli italiani), mentre ha impieghi qualificati solo l’8% (tra gli italiani ben il 38,7%).

In particolare gli stranieri incidono per meno del 2% tra gli impiegati degli istituti di credito e assicurativi, del mondo dell’informazione e della comunicazione o dell’istruzione, ma per ben il 68,8% tra quelli dei servizi domestici e di cura alla persona, dove trova impiego ben il 40,6% delle donne straniere occupate.

Del resto, se gli occupati stranieri si concentrano per oltre il 50% in solo 13 professioni (e in appena 3 se sono donne: servizi domestici, cura alla persona e pulizie di uffici e negozi), la metà dei lavoratori italiani ne copre almeno 44 (20 se donne).

Non stupisce, dunque, che ben un terzo (33,5%) degli occupati stranieri sia sovraistruito (contro il 23,9% degli italiani) e che essi conoscano ancora uno scarto negativo del 24% nella retribuzione netta media mensile rispetto agli italiani (1.077 euro contro 1.408 euro).