Economia africana/Le fonti di entrata dei bilanci
Ogni anno, circa 30 milioni di emigrati africani (16 milioni dall’Africa subsahariana) inviano ai propri paesi d’origine oltre 30 miliardi di dollari (quelli censiti ufficialmente), contribuendo allo sviluppo del continente. Stranamente, però, solo 13 dei 53 stati li autorizzano a votare. Da Nigrizia mensile di gennaio 2009.

Ormai tutti gli studi sembrano convergere su un fatto: gli emigrati africani occupano un posto di primo piano tra le forze motrici dello sviluppo del continente. In alcune nazioni, le loro rimesse superano gli aiuti ufficiali allo sviluppo e gli investimenti stranieri.
Due casi emblematici: secondo la Banca africana per lo sviluppo, già nel 2005 il Senegal ricevette 1.254 milioni di euro dai propri emigrati, contro i 574 milioni ottenuti dagli aiuti esteri; le Comore, 72 milioni di euro, contro 20 milioni in aiuti internazionali. Cifre non indifferenti, se si pensa che rappresentano, rispettivamente, il 19 e il 24% del Pil delle due nazioni. Ogni famiglia beneficiaria ha ricevuto, in media, 585 euro (Senegal) e 515 euro (Comore).
Stimate a 9 miliardi di dollari nel 1990, oggi le rimesse superano i 30 miliardi di dollari (12 per l’Africa subsahariana). A dirlo è la Banca mondiale, la quale calcola che siano circa 30 milioni gli africani della diaspora che inviano regolarmente soldi alle famiglie. Nel 2007, tra le nazioni subsahariane, la principale destinataria di queste rimesse è stata la Nigeria (3.300 milioni di dollari), seguita da Kenya (1.300 milioni), Sudan (1.200), Senegal (900) e Sudafrica (700). Per il Nord Africa, la classifica vede al primo posto l’Egitto (5.900), seguito da Marocco (5.700), Algeria (2.900) e Tunisia (1.700).

Ma le cifre pubblicate sono senza dubbio sottostimate, perché le rimesse ufficialmente censite rappresentano solo la punta dell’iceberg. Una larga fetta transita attraverso canali di tipo informale molto rischiosi (si pensi ai circuiti islamici, semiclandestini, chiamati hawallah), inefficienti o comunque non registrati (trasferimenti effettuati attraverso società specializzate non regolamentate o consegne dirette di contanti a parenti o amici). La Banca mondiale stima che il dato vero superi del 50% quello ufficiale. Quindi, le rimesse ammonterebbero a circa 50 miliardi di dollari.

Per alcune economie nazionali meno importanti in termini di volume, i soldi inviati dai propri cittadini all’estero rappresentano una parte importante degli introiti totali. Nel 2006, il Lesotho ha ricevuto dai sotho emigrati in Sudafrica il 24,5% del Pil. Nello stesso anno, la solidarietà finanziaria della diaspora nazionale ha rappresentato il 12,5% del Pil del Gambia e il 12% di Capo Verde. Nel 2005, le rimesse degli eritrei all’estero corrispondevano al 194% delle entrate nazionali per le esportazioni e al 19% del Pil. Secondo il ministro degli interni del Ghana, Kwame Addo-Kufuor, gli emigrati inviano annualmente circa 400 milioni di dollari, «compensando ampiamente la progressiva riduzione degli investimenti esteri diretti, attestatisi attorno ai 200 milioni tra il 1994 e il 2002».

Famiglie e progetti
Le rimesse svolgono una funzione non solo di sostegno alle famiglie beneficiarie, ma anche di stimolo all’economia locale: finanziano scuole, dispensari, ospedali, pozzi, condutture d’acqua potabile, canali di irrigazione…

In Mali, i risultati positivi di questi progetti sono tangibili. E non da ieri. Nel 2005, uno studio del Centro di investigazione e azione culturale (Francia) rivelava che, nella sola regione di Kayes, nell’ovest del paese, il numero delle maternità era passato da 25 nel 1984 a 50 nel 1989; nel 1992, i dispensari erano saliti a 76: tutte opere realizzate grazie alle rimesse degli emigrati. Oggi, i 100mila maliani emigrati in Francia inviano ogni anno 800 milioni di euro per il sostentamento delle famiglie (compresi gli affitti) e per la realizzazione di progetti comunitari di sviluppo. In Senegal, il ministero delle strutture abitative impronta ogni anno una mostra itinerante mirata esclusivamente ai suoi cittadini migrati e viene esibita a Parigi, Marsiglia, Le Havre, New York, Atlanta e Padova.

Il sogno di molti emigrati africani è una casa per i familiari rimasti in patria o per sé stessi, qualora prevedano di ritornare. Habitat and Housing in Africa (Shelter Afrique), un’organizzazione con sede a Nairobi e uffici in 42 nazioni africane, fondata nel 1982 dai governi africani con lo scopo di garantire un adeguato sviluppo degli insediamenti informali, è subissata da richieste di africani della diaspora, grazie anche alla sua politica di finanziare, a basso interesse, il 50% del costo totale dell’abitazione, se il richiedente è un emigrato.

Un notevole sviluppo del settore edilizio dovuto alle rimesse si registra anche in Burkina Faso. Secondo il quotidiano locale Sidwaya Hebdo, dipartimenti come quelli di Garango, Niaogho e Buguedo, nella provincia di Boulgou, nel sud-est del paese – in passato cosparsi di capanne e granai di fango – oggi sono sfoggiati dal governo come modelli di sviluppo edilizio. Ciò è stato possibile grazie agli sforzi di concittadini di questi dipartimenti emigrati in Europa. Per la maggior parte, le nuove abitazioni sono state costruite dal Centro per la gestione delle città, una struttura statale che, nella capitale Ouagadougou, lungo la Kwame N’Krumah Avenue, possiede e gestisce una cinquantina di villini a vantaggio dei cittadini della diaspora.

Tuttavia, questo flusso di denaro esterno produce qualche guaio all’interno dei paesi dell’area subsahariana. Ad esempio, uno studio citato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) sottolinea come esista un forte nesso tra questi fondi inviati dall’estero (soprattutto da lavoratori “qualificati”) e la fuga dei “cervelli”. Un settore molto penalizzato è quello della sanità, con professionisti competenti che cercano e trovano lavoro in paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Secondo una stima dell’Fmi, un quarto dei nuovi medici registrati tra il 2002 e il 2003 presso il Servizio nazionale di sanità del Regno Unito, ma formati all’estero, viene dall’Africa subsahariana. Circa l’80% degli infermieri formati dalla Liberia e dei medici mozambicani lavora nei paesi industrializzati. In media, il 20% della popolazione dell’Africa subsahariana con più di 15 anni e con titoli di studio di scuola post-secondaria lavora in qualche paese dell’Ocse, contro una media del 10% per l’Asia del sud.

Denaro sì, voto no.
C’è un’altra questione, legata alle rimesse, che rimane irrisolta: questi emigrati che contribuiscono, in qualche modo, all’economia del loro paese hanno la capacità di incidere anche politicamente sulle sorti del paese stesso? Viene loro riconosciuto il diritto di voto all’estero? L’11 e il 12 settembre 2007, a Parigi, si è celebrata, sotto gli auspici dell’Unione africana, la prima Conferenza regionale della diaspora africana in Europa. Tra le richieste avanzate dai partecipanti all’incontro c’è stato proprio il diritto al voto. Lo scorso luglio, Banca mondiale e Ua hanno firmato un accordo, che prevede lo stanziamento di 487mila dollari, per un progetto denominato “Diaspora africana”. Con questa somma, l’Ua spera di migliorare gli interscambi e la “partecipazione di cittadinanza” degli africani all’estero.

Il cammino sarà lungo e laborioso. Sebbene l’Ua consideri la diaspora africana come “la sesta regione del continente”, solo 16 dei 53 stati africani autorizzano i loro cittadini all’estero a votare. Sono: Angola, Benin, Botswana, Ciad, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Lesotho, Mali, Mozambico, Namibia, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Rwanda, Senegal e Sudafrica. Spetta alle commissioni elettorali di questi stati, in collaborazione con i rispettivi ministeri degli esteri e in conformità con le leggi costituzionali in vigore, decidere le modalità della consultazione. Simili operazioni comportano costi elevati. In occasione delle elezioni presidenziali del 2006 in Senegal, per formare e gestire tre “delegazioni estere” (Africa, Europa e America), la Commissione elettorale nazionale indipendente spese 1,2 milioni di euro. A volte, gli stati si dimostrano restii ad applicare la legge. In Ghana, dove il diritto al voto all’estero è stato riconosciuto nel febbraio 2006, per le elezioni presidenziali del 7 dicembre 2008 la legge è stata ignorata. Kwadwo Afari-Gyan, presidente della commissione elettorale, ha spiegato: «Il nostro organismo non è stato in grado di affrontare un’operazione del genere». La stessa cosa è avvenuta per gli angolani della diaspora.

Mentre i mozambicani all’estero possono votare sia nelle presidenziali sia nelle legislative, i maliani possono esprimersi solo nell’elezione del presidente. La legge elettorale della Repubblica Centrafricana autorizza il voto all’estero nelle presidenziali o in casi di referendum, ma solo se gli iscritti presso una sede diplomatica o consolare superano il numero di 300.

Il diritto al voto per molti africani all’estero è ancora un lusso. I leader politici si giustificano, dicendo che servirebbero troppi soldi se i candidati dovessero fare campagna elettorale anche presso la diaspora, e che, al di fuori dei confini nazionali, i casi di brogli sarebbero più frequenti. Sorprende, tuttavia, che nazioni come Nigeria e Camerun, molto più ricche ed evolute di Mali e Niger, non siano in grado di organizzare seggi elettorali presso le loro rappresentanze diplomatiche estere. Per protestare contro questa ingiustizia, il Consiglio dei camerunesi della diaspora ha organizzato una votazione simbolica a Parigi il 22 luglio 2007, in concomitanza con le elezioni legislative nazionali.

Alcuni governi dicono che i loro cittadini all’estero non sono numerosi. Questo argomento non dovrebbe valere per il Burkina Faso: 4 dei 6 milioni di burkinabé residenti all’estero sono nella vicina Costa d’Avorio. Nel maggio scorso, Salfo Théodore Ouédraogo, deputato del Partito socialista per la democrazia (all’opposizione), ha proposto il voto ai cittadini all’estero, ma il Congresso per la democrazia e il progresso del presidente Blaise Compaoré s’è detto contrario.