Gianni Del Panta
Il Mulino, 2019, pp. 288, € 26,00

Come è nata la rivoluzione di Piazza Tahrir al Cairo? Che storia si è susseguita in quegli emblematici 18 giorni che hanno portato l’esercito a scaricare Hosni Mubarak al potere dal 1981? E soprattutto perché la rivoluzione è stata sconfitta? Sono questi i quesiti ai quali cerca di dare risposta il volume L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione di Gianni Del Panta, ricercatore dell’Università di Siena, che a ormai dieci anni da quegli eventi ne ripercorre la traiettoria, offrendo la bobina integrale dell’insurrezione, non la sua istantanea.

Partendo dal nuovo secolo, Del Panta individua un decennio di accumulazione di energie rivoluzionarie durante il quale una molteplicità di movimenti di protesta ha creato le condizioni potenziali per una rivoluzione nella quale credevano in pochi, anche dalle nostre parti, quando la sottoscritta sollecitava invano le testate giornalistiche per le quali lavorava a coprire quegli eventi prodromici che portavano soprattutto la firma dei movimenti sindacali delle fabbriche tessili del Delta del Nilo. Fu proprio a inizio 2000 che forze di opposizione, che si erano strenuamente avversate, trovarono una larga convergenza in termini ideologici, dando la vita a movimenti come Kifaya e il 6 aprile, i primi veri sfidanti del vecchio faraone.

Quello che successe il 25 gennaio 2011 sorprese tutti. Nessuno avrebbero pensato a 15-20 mila manifestanti nelle strade del Cairo, dove – ricordo – non sentii pronunciare la parola thaura, rivoluzione. Eppure la mobilitazione coinvolse quasi tutte le forze politiche e sociali. Questo avvenne gradualmente, grazie anche al sottoproletariato urbano che agendo nei quartieri periferici, ha sprigionato – sottolinea Del Panta, confutando in parte il racconto giornalistico dell’epoca – una forte violenza politica, soprattutto nei confronti delle forze di polizia.

Il libro riflette soprattutto sull’incapacità del movimento rivoluzionario di produrre una trasformazione radicale delle istituzioni politiche, dei rapporti di produzione e dell’ideologia che stanno alla base del regime egiziano. Sono queste – secondo l’autore – le cause della sconfitta della rivoluzione. «Quanto andato in scena nel 2013 non è stato un semplice colpo di stato» le forze armate hanno trionfato grazie al sostegno della massa, ottenuto – secondo Del Panta – in maniera poco trasparente.

All’indomani della caduta di Mubarak, i militari – partner secondario della alleanza guidata dalla borghesia neoliberista in crisi dopo gli eventi di Tahrir – hanno visto aumentare il loro potere, temendo però l’emergere dei Fratelli musulmani che, dopo i successi elettorali, hanno cercato di promuovere la borghesia pia. «Generali e Fratelli vantavano interessi non conciliabili».

Incassato il sostengo delle masse, nel luglio del 2013 le forze armate hanno quindi presentato il conto al presidente Mohamed Morsi, islamista che stava per compiere il suo primo anno di presidenza caratterizzato da un atteggiamento sempre più autoritario. In una mossa rivelatasi poi suicida, Morsi rifiuta l’ultimatum lanciatogli dall’esercito, firmando nei fatti la sua rimozione.

«È ormai il momento di fare scorrere i titoli di coda sul processo rivoluzionario» scrive Del Panta, convinto tuttavia – come la sottoscritta – che la rivoluzione abbia lasciato le sue tracce. Certo, una rivoluzione tanto forte come movimento ha raccolto poco in termini di cambiamento, ma l’Egitto non è ritornato semplicemente al passato.