Sono in migliaia, giovani, donne, bambini e di diversa nazionalità, gli africani in “esilio forzato” in terra africana. Bloccati alle frontiere, più inaccessibili che mai in questo tempo di pandemia. Bloccati in campi di transito, porti e persino miniere, come sta accadendo ad almeno un centinaio di minatori illegali “prigionieri” sottoterra nella provincia di Gauteng, in Sudafrica. Mentre in Burkina Faso sono circa 1.800 i minatori nigeriani impegnati nell’estrazione dell’oro nelle aree più interne del paese, che ora non riescono a tornare a casa.

Inutile dire che tali affollamenti creano situazioni pericolose, dal punto di vista sanitario e sociale. Si vive in uno stato di tensione costante, in precarie condizioni igieniche e senza accesso a controlli medici e cure. Moltissimi di loro, prima della quarantena, erano in viaggio per raggiungere mete che – nei sogni e nelle speranze – avrebbero cambiato la loro vita: un lavoro in Europa, nei paesi arabi, o semplicemente in quello confinante.

Ma molti altri ancora sono stati abbandonati dai trafficanti che con quei corpi erranti non possono in questo momento fare affari. E poi ci sono gli studenti, quelli ciadiani bloccati in Camerun, per esempio, o quelli del Lesotho bloccati in Sudafrica.

Ma attenzione, molti di fatto stanno approfittando delle maglie larghe dei confini e della compiacenza degli ufficiali di controllo. Come testimonia suor Betta Raule, missionaria comboniana, da anni in Ciad, dove è al momento impegnata nell’ospedale di Bebedja nella diocesi di Doba.

“Molti studenti ciadiani che si trovavano in Camerun quando è stata dichiarata la pandemia hanno di fatto attraversato la frontiera, sono stati fatti passare, e sono ritornati in Ciad. E sono centinaia gli studenti che continuano ad ammassarsi alla frontiera. Questi giovani vengono considerati come casi potenziali, sospetti di coronavirus. A loro il governo chiede di recarsi a N’Djamena per essere testati, se hanno dei sintomi”. Quanti saranno quelli che si lasciano sottoporre ai controlli o che si mettono in auto quarantena?

L’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) aiuta a capire la portata di un problema che potrebbe aumentare il rischio contagi, ma anche, appunto, incidere sulla sicurezza. Nell’Africa orientale sarebbero 2.300 i migranti fermi a Gibuti, tra loro molti somali che speravano di attraversare il Golfo di Aden e arrivare in Arabia Saudita attraverso lo Yemen. Un viaggio pericoloso, come quelli del Mediterraneo, e che queste persone non riusciranno più a fare. Almeno non per il momento, visto che anche i trafficanti sembra che abbiano dovuto rallentare le loro manovre.

Ma i maggiori controlli – dovuti alla pandemia, non alle politiche per arginare i flussi migratori – stanno peggiorando la situazione. Ci sono testimonianze – così come riporta il quotidiano britannico The Guardian – di viaggi organizzati e gestiti in modo ancora più rischioso. Sia attraverso la rotta del Mar Rosso, sia attraverso il deserto.

E il rischio, dovuto a maggiori pattugliamenti, ha fatto alzare la posta ai trafficanti. Da 500 a 1000 dollari per arrivare da Gibuti alle coste dello Yemen, da 80 a 300 dollari per consentire il passaggio dalla frontiera del Niger alla Libia.

Secondo il Danish Refugee Council sono 1.500 i migranti e rifugiati che affollano i centri di detenzione libici. Centri dove stupro, abusi, lavoro forzato avvengono sistematicamente. C’è poi la situazione inversa, moltissime persone evacuate dalla Libia verso il Niger a partire dal 2017 e in attesa del reinsediamento in paesi europei, sono di fatto dimenticati e – ricorda l’International Rescue Committee – al momento solo il 18% delle domande è stata accettata.

Molti altri, per esempio i migranti espulsi dall’Algeria, sono fermi in centri di transito in Niger e anche le opzioni per tornare nel proprio paese, tramite il programma di rientro volontario, sono al momento nulle, visto che il programma è stato interrotto – a causa del Covid – e riprenderà in data da destinarsi.

In totale sarebbero 2.462 i migranti affollati in centri di transito, siti di quarantena e altri tipi di alloggi in Niger. Mentre le organizzazioni umanitarie fanno sapere che continuano ad arrivarne, dopo giorni di cammino a piedi, abbandonati in aree desertiche dai trafficanti che a un certo punto decidono di non proseguire oltre.

Se ne contano poi almeno 1.000 intrappolati in Mauritania, provenienti dal Mali e dal Senegal. Particolarmente delicata la situazione a Bosaso, nella regione del Puntland, in Somalia, dove in un solo giorno sono arrivate 600 persone, molte provenienti dall’Etiopia, un paese che non ha sbocco sul mare e da dove occorre raggiungere la Somalia, appunto, nella speranza di trovare un passaggio verso lo Yemen.

Secondo l’OIM la “rotta orientale” è ancora molto trafficata, nonostante la chiusura delle frontiere. Anzi, rispetto all’aprile 2019, nello stesso mese di quest’anno i migranti arrivati sono stati 501 in più. Sono però calate le partenze: 8.261 in meno i migranti che quest’anno sono riusciti ad attraversare il Golfo di Aden. In un modo o nell’altro.

Migranti senza speranza premono anche alle frontiere ugandesi, della Tanzania, del Mozambico, del Sudafrica. In questa situazione “si sta assistendo a un preoccupante aumento della retorica anti-migrante, retorica che vede lo straniero come capro espiatorio”, ha dichiarato il direttore generale della Oim, António Vitorino.

Un atteggiamento che pregiudica anche gli interventi e gli aiuti a questa enorme folla di disperati che non sa dove andare e non ha mezzi propri di sussistenza. E non bisogna dimenticare che sono decide e decine (anche se è difficile avere un dato certo) i casi di positività al Sars-Cov2 accertati nei campi e nelle strutture dove vengono tenute queste persone.

Le organizzazioni che lavorano con i migranti stanno denunciando casi di xenofobia, ma anche trattamenti discriminatori – ad esempio persone messe in quarantena in base alla loro etnia -, difficoltà di accedere agli aiuti alimentari e ai test.

Intanto, per cercare di alleggerire il dramma, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni sta cercando di negoziare corridoi umanitari per consentire il maggior numero possibile di rimpatri. È così che il sogno inverte la sua direzione. Tornare a casa diventa la speranza.