Il presidente liberiano George Weah in un manifesto per il referendum costituzionale (Credit: FPA))

L’8 dicembre i liberiani sono chiamati alle urne per scegliere metà dei membri della camera alta ed esprimersi nel referendum costituzionale. Ognuna delle sedici contee del paese dovrà scegliere il proprio rappresentante che, almeno nelle promesse elettorali, dovrebbe raccogliere le attese della contea e promuoverne lo sviluppo in termini infrastrutturali per i prossimi nove anni.

Il referendum costituzionale invece, prevede la riduzione degli anni del mandato dei senatori da nove a sette e del presidente, da sei a cinque. E’ visto dagli oppositori come un tentativo da parte del presidente di ottenere il diritto ad un terzo mandato (come avvenuto, nell’omertà degli osservatori internazionali, nelle vicine Guinea e Costa d’Avorio).

Un altro quesito referendario è invece relativo all’apertura della possibilità della doppia cittadinanza che sta a cuore a gran parte della classe dirigente, tradizionalmente con un piede oltreoceano. Caduto nel vuoto, invece, il dibattito sull’articolo 27 della costituzione che impedisce ai non afro-discendenti di ottenere la cittadinanza liberiana.

La Liberia ha vissuto tra il 1989 e il 2004 due guerre civili che hanno provocato la morte di più di mezzo milione di persone e almeno un milione e mezzo di rifugiati (un terzo della popolazione). Nel 2014-15 l’epidemia di Ebola ha messo in ginocchio il già precario sistema sanitario.

Dopo gli anni della speranza del primo presidente donna del continente, il premio Nobel per la pace Ellen Johnson Sirelaf, nel 2017 George Weah, già primo pallone d’oro africano, ha vinto le elezioni contro il vicepresidente Joseph Nyumah Boakay, originario di Foya. In due anni si sono succedute una crisi bancaria, una crisi dei carburanti e poi il coronavirus, che ha colpito il paese non tanto in termini di contagi ma bloccando la fragile economia locale.

Gran parte degli impiegati pubblici non ricevono il loro salario da mesi, salute ed istruzione pubblica non garantiscono i servizi essenziali, nonostante la costruzione di molte infrastrutture da parte della presidenza Sirelaf. Non è facile in un paese che in realtà controlla direttamente meno del 10% della propria economia, con il porto centrale in mano a multinazionali europee e una delle più grandi piantagioni al mondo di gomma, gestita dalla Firestone. Miniere di ferro, oro, diamanti, dei cui proventi i cittadini non beneficiano per nulla.

Accantonate durante il prima presidenza post-bellica, la verità e la giustizia non sembrano essere le priorità neppure di questo governo, che nulla ha fatto per perseguire i signori della guerra, protagonisti dei conflitti a cavallo tra il cambio di secolo. Alcuni di loro hanno, anzi, posizioni di potere e prestigio.

Le promesse elettorali per la contea, i distretti, le singole cittadine, risuonano come costosi e inconsistenti fuochi d’artificio. Così come i cortei dei candidati, formati da alcuni fieri e determinati cittadini ma anche da opportunisti, approfittatori, cantastorie e pretoriani.  Tra la gente si sente il ritornello rassegnato e realista: “li rivedremo e sentiremo le stesse promesse prima delle prossime elezioni”.

Ascoltando i miei parrocchiani di Foya, rispetto alle ultime elezioni presidenziali e alle scorse senatoriali, il clima è molto più sereno e la violenza limitata. Nel paese i media registrano un caso grave nella contea di Cape Mount, dove la casa di uno degli oppositori e candidato è stata incendiata e distrutta due giorni fa, e le accuse cadono sui sostenitori del candidato del partito al potere. Intanto la raccolta del riso continua e la gente semplice, con la sua straordinaria capacità di resilienza, perdura nel costruire il proprio destino. 

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