Elettore libico dopo aver preso la sua tessera il 18 novembre scorso

Il 24 dicembre, anniversario dell’indipendenza della Libia nel 1951, si sarebbero dovute tenere le elezioni parlamentari e presidenziali, le terze dopo la fine del regime di Muammar Gheddafi nel 2011.

All’inizio di questa settimana, invece, è arrivata la conferma definitiva dei dubbi che da tempo aleggiavano sulla reale possibilità di tenere le consultazioni elettorali: la Commissione elettorale centrale, l’organo deputato a organizzare e vigilare sul processo elettorale, ha ordinato lo scioglimento dei comitati elettorali locali, senza nominare una lista definitiva di candidati, e, di fatto, ha ratificato l’impossibilità di tenere le consultazioni. L’ipotesi è semplicemente di posporre le elezioni di un mese, senza annullarle, adducendo una serie di cause tecniche e procedurali. Comunque lunedì 27 dicembre, secondo l’agenzia Afp, Il parlamento libico si riunirà per cercare di stabilire un nuovo calendario elettorale.

Problemi sostanziali, non solo procedurali

In realtà difficile non rilevare come i problemi siano sostanziali, piuttosto che semplicemente procedurali: chi può candidarsi e quali saranno esattamente i poteri del nuovo primo ministro. Proprio la prima questione è stata utilizzata strumentalmente per escludere dalla corsa elettorale l’erede politico di Muammar Gheddafi, il figlio Saif che aveva depositato la sua candidatura a Sabha, la principale città del Fezzan.

Al contrario, i dubbi sulla possibilità della ricandidatura dell’attuale capo del governo di unità nazionale Abdul Hamid Mohammed Dbeibah alle nuove elezioni furono sciolte a suo favore, facendo subito crescere il malumore di chi lamentava lo scenario di elezioni nel quale l’apparato di governo avrebbe finito per divenire parte in causa della competizione politica. Oltre a questo, la legge elettorale prevede il voto al singolo candidato, mettendo di fatto fuori gioco i partiti, e infine la mancanza di una Costituzione per la quale si votò nel 2013, senza che i costituenti eletti abbiano mai potuto avviare i loro lavori.

Le regole del gioco

Il problema prima ancora delle elezioni sono allora le regole del gioco e le poste in palio. Tutto sommato, l’enfasi con la quale le Nazioni Unite hanno sempre caricato il processo elettorale fin dal post-2011 non ha mai realmente giovato alla stabilità del paese. Il progetto abbozzato nel 2013 per la scrittura di una Costituzione, di un nuovo patto nazionale, dopo la fine del regime lungo 42 anni di Gheddafi fu accantonato nell’urgenza di inseguire una pratica di democratizzazione (più che non la democrazia), secondo la quale tutto inizia e finisce nell’espletamento della procedura elettorale, nel voto, un po’ a prescindere appunto dal contesto: le regole del voto; le poste in palio; i mandati dei vincitori e i loro poteri.

Il fallimento del voto del 2014

Non a caso le elezioni del 2014 riaccesero il conflitto in Libia piuttosto che disinnescarlo e dopo sette anni di duri combattimenti non si sta facendo altro che ripetere lo stesso errore: invocare nuove elezioni, senza prima aver risolto i vari problemi che proprio le elezioni pongono e dunque, una volta in più, la pratica elettorale come surrogato della democrazia. Il naufragio delle elezioni programmate per il 24 dicembre non fa altro che mettere a nudo i limiti di un progetto di transizione politica, per molti versi spinto dall’esterno, che vorrebbe conseguire obiettivi immediati di stabilità, senza affrontare quelle che sono invece le vere questioni di fondo per ricostruire lo stato in Libia. Certo i libici hanno le loro colpe, ma i cattivi maestri rimaniamo noi, il cosiddetto Occidente, con la sua retorica inflazionata della missione democratizzatrice e sviluppista che continua a legittimare le interferenze occidentali fuori dall’Occidente.

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