Il 24 agosto del 1989 è per la storia delle immigrazioni in Italia una sorta di data spartiacque. A partire da quella notte, nel nostro paese, c’è un prima e un dopo. Il durante è dato dall’omicidio e dai funerali del giovane sudafricano Jerry Essan Masslo. Oggi, Masslo sarebbe per tanti “un lavoratore clandestino”. Ammazzato nelle campagne dove fatica come bracciante.

Quante notizie come questa abbiamo letto negli anni? Trent’anni fa invece, la sua uccisione scosse la politica e la società civile. Questo rifugiato politico, riconosciuto tale dalle Nazioni Unite e non dall’Italia, scappato dopo l’uccisione del padre e del figlio settenne durante una manifestazione, ebbe i funerali di stato. Funerali trasmessi in diretta dalla Rai e ai quali partecipò l’allora vicepresidente del consiglio, Claudio Martelli, autore della prima legge sull’immigrazione nel nostro paese. Questa è la cifra della differenza storica.

Il libro ripercorre, attraverso gli atti di un convegno organizzato dal Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre, le vicende di questo trentennio. I quindici saggi di analisi e memorie rendono palesi le storture con cui il tema delle immigrazioni è stato affrontato nel nostro paese.

Errori politici che hanno portato a far sì che l’approccio al fenomeno strutturale degli arrivi sia sempre emergenziale. Che la chiusura dei canali legali finisca per aumentare il numero dei morti e della illegalità. Che l’esternalizzazione delle frontiere trasformi i migranti in armi di ricatto per i paesi che ne fanno una delle voci di reddito.

Eppure, proprio le parole e la vita di Masslo erano anticipatrici di ciò che l’Italia stava diventando. Resta infatti una sua intervista al Tg2, in cui racconta l’inizio di qualcosa che si poteva fermare, se solo, a partire dalla sua morte, la politica avesse avuto la capacità di mettersi in ascolto delle parole e del contesto in cui il migrante era morto.

Jerry diceva di essere scappato dal Sudafrica per un problema di razzismo, di apartheid, e metteva in guardia dal fatto che «avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto». Temeva il morto, Jerry, non sapendo che sarebbe stato lui.

Aveva denunciato come quelle campagne fossero abitate, già trent’anni fa, da schiavitù e caporalato. Da persone che arrivavano per cercare una vita differente e lo facevano chiedendo diritti. La risposta fu l’inizio delle restrizioni degli ingressi. Un elemento che diverrà costante e caratterizzante tutti i decreti successivi.

Nonostante i migranti fossero allora (e oggi) un numero gestibile, non ci sia un’emergenza e l’apporto del lavoro migrante, in vari settori, sia fondamentale per tenere il sistema Italia in equilibrio.

Esistono però anche delle luci in questa storia. Luci che devono essere sostenute e rafforzate, che narrano di chi si è integrato, di chi ha scelto di rimanere ad abitare in questo paese e ne frequenta le scuole e le fabbriche, ne è sostegno di molte famiglie, con la cura che dedica loro e con le tasse che paga, alimentando il sistema nazionale di welfare.

Racconta dei corridoi umanitari, buona pratica italiana; di quanto i migranti siano necessari all’economia europea per mantenere gli attuali livelli economici e di natalità (da qui al 2050 si stima un fabbisogno di almeno 85 milioni) e di come “noi” senza “loro” saremmo diversi.