Manifesto della campagna di mobilitazione "Stop armi Egitto"

La Repubblica italiana fondata sugli affari svende i suoi giovani sul libero mercato delle armi, del petrolio e del gas. È vergognosa la vicenda Regeni: il giovane ricercatore friulano è stato pedinato, arrestato, torturato al Cairo e ucciso nel febbraio del 2016 dai servizi segreti egiziani.

Da allora tante vane promesse di ricerca della verità da parte dei politici italiani che, alla prova dei fatti, si sono inginocchiati davanti all’odore degli affari lasciando sola la famiglia Regeni, il lavoro della magistratura italiana e l’impegno della società civile.

In nome dei soldi i politici di “casa nostra” hanno stretto l’occhio al dittatore egiziano al-Sisi che viola ripetutamente i diritti umani, silenzia ogni dissenso interno e tiene in prigione oltre 60mila prigionieri politici.

Nonostante questi crimini – nonostante i boicottaggi dei magistrati egiziani nelle indagini su Regeni e la detenzione prolungata del giovane studente all’Università di Bologna, Patrick Zaki – non si è arrestata la “commessa del secolo” (al momento 1,2 miliardi di euro, in futuro probabilmente tra i 9 e gli 11 miliardi di euro) per la vendita di sistemi militari italiani all’Egitto, come denuncia la Campagna di pressione alle Banche armate.

Il paese dei faraoni è il primo di destinazione delle nostre armi con 872 milioni di euro nel 2019! Pur di vendere non guardiamo in faccia a nessuno! Avanguardia occidentale nel Nordafrica, il colosso egiziano si arma fino ai denti per reprimere i contestatori, per difendere i giacimenti di gas dell’Eni, al largo delle sue coste, dalla minaccia turca e per fare la voce grossa con l’Etiopia sulla diga della rinascita al fine di controllare le acque del Nilo.

L’alleanza italo-egiziana sul versante economico sembra sia stata determinante anche nella liberazione in Libia dei 18 pescatori di Marzara del Vallo, nel dicembre scorso. Il generale libico Haftar, che li aveva sequestrati e che controlla la Cirenaica con il convinto sostegno di al-Sisi, ha costretto il premier Conte e il ministro degli esteri Di Maio a scendere in Libia il 17 dicembre scorso per liberare i pescatori.

Così Haftar ha di fatto rilanciato, sul piano internazionale, il suo ruolo politico in affanno da mesi. In contropartita, sottobanco, al-Sisi porta a casa un allentamento della pressione italiana su Regeni e l’Italia la garanzia per le aziende petrolifere italiane di continuare ad avere un pezzo della torta nel giacimento di Abu Attifel, nel cuore della Cirenaica. Ne salviamo alcuni per affondarne quanti? A quale prezzo?

L’odore degli affari e i traffici che li alimentano non sentono il grido della giustizia, della dignità delle persone e dei diritti. Vergognati Italia! La richiesta della famiglia Regeni di ritirare l’ambasciatore dal Cairo è finita nel vuoto della politica schiava della finanza. La rottura delle relazioni con l’Egitto non sembra certo all’ordine del giorno né in Italia né in Europa dopo che Macron – paladino, sulla carta, dei diritti umani – ha conferito ad al-Sisi il mese scorso il riconoscimento della legione d’onore. Venduto Regeni, sono affondate l’Italia e l’Europa del diritto.


Pescatori di Marzara del Vallo: 18 uomini dei pescherecchi “Antartide” e “Medinea” sono stati sequestrati dalle forze del generale libico Khalifa Haftar il 1 settembre 2019 a circa 80 miglia al largo di Bengasi con l’accusa di aver pescato in un area non consentita e di essere coinvolti in traffici di droga. Dopo lunghe trattative e il coinvolgimento delle diplomazie internazionali sono stati liberati il 17 dicembre dello scorso anno in seguito alla visita del premier italiano Conte e del ministro degli esteri Di Maio. Ad ottobre 2019 papa Francesco aveva pregato all’Angelus per la liberazione dei prigionieri e aveva ricevuto in visita le famiglie.