Burkina Faso / Terrorismo
L'attacco terroristico che venerdì ha colpito per la prima volta il Burkina Faso provocando 30 vittime nella capitale Ouagadougou, poi rivendicato dai jihadisti del gruppo al-Mourabitoun vicino ad al-Qaida nel Maghreb Islamico, ha radici profonde che risalgono a relazioni "pericolose" del vecchio regime di Compaoré.

Venerdì scorso, come (ormai) ogni maledetto venerdì che Dio mette in terra, è andato in scena l’ultimo episodio della recrudescenza del neo-jihadismo saheliano. A essere colpito, per la prima volta con tale veemenza, è il Burkina Faso. Almeno 30 persone (Ieri è salito il bilancio a causa della morte in ospedale della fotografa franco-marocchina Leïla Alaoui) di 18 nazionalità differenti hanno perso la vita durante la presa d’ostaggi all’Hotel Splendid e all’adiacente bar-ristorante Cappuccino rivendicato da al-Mourabitoun, lo stesso gruppo vicino ad al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) che si è macchiato dell’attentato-fotocopia all’Hotel Radisson di Bamako che il 20 novembre ha causato la morte di 20 persone di cui 14 occidentali. Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, non era ancora stata toccata da eventi simili, anche se negli ultimi mesi l’escalation di attacchi alle frontiere con il vicino Mali – rimasto feudo jihadista anche dopo l’intervento armato della Francia nel gennaio 2013 – avevano fatto salire l’allerta. Gli ultimi episodi proprio venerdì: un attacco a un posto di polizia frontaliera che nel primo pomeriggio ha causato 2 morti e 2 feriti e il rapimento di una coppia di anziani australiani a Djibo, sempre vicino al confine settentrionale col Mali, rivendicata da l’Emirato del Sahel, un’altra cellula di Aqmi.

Terrorismo che si evolve
Nonostante il sostanzioso dispiegamento francese nella regione – la missione Barkhane che dall’agosto 2013 ha succeduto l’operazione Serval in Mali con oltre 3000 uomini, basi e droni dispiegati da Bamako al Ciad, quella americana (Africom) e la Minusma, missione di stabilizzazione dell’Onu che conta oltre 12mila caschi blu in Mali – Aqmi e compagni sembrano lungi dall’essere sconfitti. Come i cugini di Boko Haram, diventato da alcuni mesi “Stato Islamico nell’Africa occidentale”, in Niger, Ciad, Camerun e Nigeria, queste sigle del neo-jiahdismo saheliano dopo una prima battuta d’arresto causata da azioni militari di terra (anche occidentali) condotte su larga scala e da bombardamenti aerei, oggi sono tornate a colpire cambiando strategia: non puntano più al controllo di grandi territori e agglomerati urbani (come Timbuctu e Gao, occupate con il resto del nord del Mali per nove mesi nel 2012-2013), ma ad azioni circoscritte in cui piccoli commando di 3-4 kamikaze portano a termine attentati terroristici altamente destabilizzanti.

Sotto il comando di Mokhtar Belmokhtar, uno dei terroristi più ricercati al mondo “resuscitato” a una decina di raid mirati che l’hanno dato per morto negli scorsi anni (l’ultimo in Libia), piccoli gruppi s’infiltrano nelle periferie delle capitali africane e prendono di mira obbiettivi economici e civili occidentali con azioni eclatanti che ne assicurano l’eco mediatica. In questo ha un ruolo fondamentale la rivalità e il gioco di specchi fra Stato Islamico e al-Qaida che, non solo in Africa occidentale, sta cercando di riguadagnare terreno nella “guerra santa al nemico lontano”.    

Relazioni pericolose di Compaorè
Aqmi aveva da poco minacciato il vicino Niger ma ha deciso di colpire il Burkina Faso perché, oltre ad ospitare da ormai due anni e mezzo le basi straniere (francesi e americane) impegnate nella lotta al terrorismo regionale, questo paese sta attraversando una fase delicata del proprio percorso politico che lo rende particolarmente vulnerabile. Il governo del nuovo presidente Kabore si è insediato da poco (dopo la vittoria delle elezioni del 29 novembre, le prime libere dopo oltre 27 anni di dittatura) e non è ancora completamente operativo, mentre l’esercito ha subito una profonda ristrutturazione a seguito del fallito colpo di stato tentato lo scorso settembre dalla vecchia guardia presidenziale di Blaise Compaore, l’ex-Rsp.

Molti analisti e una parte della stampa burkinabé all’indomani dell’attentato di Ouagadougou hanno puntato il dito sulle relazioni pericolose esistenti fra l’ex-dittatore Compaorè, rifugiato nella vicina Costa d’Avorio, e alcuni gruppi terroristici provenienti dal Mali. Non è un segreto, infatti, che durante gli ultimi anni di regime Blaise abbia aperto le porte ad alcuni quadri tuareg vicini al jihadismo (soprattutto elementi di Ansar Addin, gruppo tuareg vicino ad Aqmi) che hanno eletto Ouagadougou propria capitale in esilio. Con questi leader tuareg Compaorè, che si è sempre presentato agli occhi della Comunità internazionale come mediatore dei conflitti locali e negoziatore nei rapimenti di occidentali, ha fatto affari d’oro proprio grazie al pagamento d’ingenti riscatti spesso smentiti ufficialmente da parte di alcuni stati occidentali.
Compaorè aveva messo in piedi una vera e propria squadra di militari e uomini d’affari che si sono arricchiti non poco con il business delle liberazioni. Capo fila di questo pugno di mediatori era proprio il Generale Gilbert Diendéré, come dimostrano ad esempio le fotografie della liberazione della suora svizzera nel nord del Mali (rapita da Ansar Addin a Timbuctu nell’aprile 2012, liberata in dieci giorni e rapita una seconda volta, sempre a Timbuctu, lo scorso 8 gennaio) che lo ritraggono al suo fianco.

Una vendetta
Oggi il Diendéré è in carcere con l’accusa di aver ucciso l’ex-presidente rivoluzionario Thomas Sankara, ancora amatissimo in Burkina Faso, e di aver guidato l’Rsp nel tentativo di colpo di stato reazionario del settembre scorso, mentre il suo capo Compaorè vive in esilio ad Abidjan dalla sollevazione popolare che l’ha scacciato il 30 e 31 ottobre 2014. Dalla loro uscita di scena i movimenti jihadisti maliani si sono sentiti orfani dei loro preziosi appoggi politici e hanno così deciso di vendicarsi della Rivoluzione burkinabè, espandendo ulteriormente il proprio raggio d’azione e la minaccia sulla già precaria stabilità dei paesi della regione. Tutti questi elementi hanno concorso a trasformare la fino ad ora risparmiata “la terra degli uomini integri” nell’obbiettivo più logico da colpire oggi per le forze del redivivo neo-jihadismo saheliano.

Nella foto in alto l’Hotel Splendid e all’adiacente bar-ristorante Cappuccino dopo l’attacco terroristico avvenuto tra il 15 e il 16 gennaio nel centro della capitale burkinabè Ouagadougou. (Fonte: Epa)